Django Unchained (Tarantino 2012)

Django-Unchained-tre-nuove-clip-2Dice bene la giornalista cinematografica Marianna Cappi, che recensisce Django Unchained su Mymovies, criticando (senza eccessivi rancori s’intende) la linea registica del recente Tarantino, aggiungerei personalmente del Tarantino da Kill Bill in poi.
A una visione attenta questo fatto si evidenzia da sé: non abbiamo certo di fronte il Tarantino “sperimentatore” di Pulp fiction, per intenderci, ma i motivi spero divengano chiari nel prosieguo di questa recensione.

Andando a vedere Django, ignorando quasi del tutto la trama, s’intuiva già dalle prime sequenze che tutto sarebbe andato a finire in un certo modo, e che certi momenti di tensione, certi stalli alla messicana, fossero pensati solo ed esclusivamente per darmi quel pizzico di brivido che questa storia perfettamente convenzionale richiedeva per completare ed arricchire l’esperienza emotiva. Quantomeno, così ho vissuto la storia che si dipanava: leggendola non tanto a livello di grandi enunciazioni nella costruzione, nella forma, nella narrazione o che altro, quanto piuttosto secondo la capacità di riportare a galla (va detto seguendo una linea che pare dominante nella Hollywood contemporanea) lo spettatore-bambino, quello che cerca la sorpresa, il witz, che applaude o ride allo sketch comico o alla mattanza carnascialesca.

In questo contesto la trama diventa mera ossatura temporale sulla quale sviluppare il gioco – e sta qui la bravura – delle variazioni sul tema.
Dunque chiariamoci: questo film ha un contenuto intellettuale pari a zero, e penso che sarebbe ingenuo chiedere di più. Dopo la sua visione usciamo dalla sala ri-generati, di-vertiti, difficile annoiarsi, difficile “affaticarsi”.
Avversatori del film “pesante” (conio che, oh povero lessico, metto fra virgolette perché non mi appartiene), questo film è per voi: il piatto è servito.
L’unico sforzo tutt’al più che si potrebbe richiedere è di natura prettamente cinematografica, vale a dire il riconoscere citazioni che sono senz’altro sparse in abbondanza come il contadino fa coi semi quando semina l’insalata – impresa che però richiede una cultura cinematografica penso non indifferente.. Chi (come anche il sottoscritto) non si sente predisposto a tale immane compito, può semplicemente godersi lo spettacolo.
Dunque trama scontata, contenuto intellettuale zero, allora che ragioni ci sono per andare a vederlo?
Presto detto: perché ci è sembrato trattarsi di un esercizio cinematografico di notevole perizia, un funanbolismo nel vero senso della parola, cioè una dimostrazione di equilibrio su di una corda tesa, gioco abile di contrapposizione all’universale forza di gravità.
Tarantino è maestro impagabile in questo genere di pratica sin dai primi tempi, dunque oseremmo dire che è questa la sua vera cifra di autore: allievo scrupolosissimo e religiosamente devoto del maestro Leone, ha saputo dare al concetto di tensione tutta una serie di declinazioni che ne hanno sviluppato ulteriormente il potenziale, già evidente forse sin dall’epoca in cui il cinema dava i primi vagiti.
C’è di più: è quella capacità con cui Tarantino ha saputo alternare la tensione alla distensione ossia all’ironia, talvolta addirittura sovrapponendole, creando il cortocircuito formidabile tra il tragico e il comico, e distruggendo ogni possibile strumentalizzazione retorica. Questa capacità si mantiene viva e feconda anche in Django Unchained, come mi pare aver già anticipato a sufficienza qualche riga più su.
Infatti in questo film c’è-molta-tensione, ma-si-ride-anche. Anzi, forse si ride pure troppo, nel senso che l’assurdo esilarante o l’ilarità assurda di certe situazioni di Pulp fiction lascia il posto ai già citati sketch comici, per cui Quentin buon’anima, qui si mostra più attento alla salute dei nostri nervi di quanto non facesse nei film dei suoi esordi. Ma va anche detto che chi si abitua, come me, al cinema di Tarantino, può trovare di che ridere persino nelle scene più tese.
Il sangue, questo abbondante sangue – parlando a livello personale e non credo per saturazione raggiunta – non scuote quasi mai la sensibilità dello spettatore. Quella del dissanguamento sembra un’allegra festa di cui persino gli ammazzati si mostrano partecipi gioiosi, le urla dei feriti e dei morenti sono così plateali, così fragorose da farci dimenticare completamente che potrebbero essere urla di sofferenza.
Pare di assistere alla battaglia delle arance del carnevale di Ivrea.
E poi, francamente, ad urlare così tanto sono quasi sempre i cattivi, e questo dà il via libera all’interpretazione comica a scapito del tragico. L’azione qui ha un che di burlesco, d’impacciato, di ridanciano: certe morti poi (la vedrete…!) sono quanto di più esilarante si possa immaginare! Che pare quasi di vedere un cartone animato..
Finirete per affezionarvi a tutti i personaggi, anche a quelli che poi moriranno, diamine perché-vi-hanno-fatto-ridere. Li ringrazierete per essere morti senza aver fatto troppo danno ai nostri protagonisti, come se nel finale all’improvviso tutti si debbano alzare in piedi, i morti sanguinanti s’intende, e presentarsi al pubblico per ricevere l’ovazione come si fa a teatro.
In ciò del resto, si intravede una continuità con tutto l’operato di Tarantino volto, in chiave ironica e anti-retorica, a costruire con straordinaria efficacia un’immagine carismatica, “adorabile”, dei suoi innumerevoli cattivi. Il buon Di Caprio fa la sua parte nell’arricchire la collezione.
La vera novità semmai è l’emergere di personaggi “buoni”, quasi praticamente senza macchia (salvo quel paio di momenti che sembrano riportarci al pulp dei vecchi tempi): provate a percorrere con la memoria la galleria dei vecchi personaggi tarantiniani, e trovatemi, dopo aver visto il film, dei personaggi così “buoni”..

Una “comparsa del bene” che ci porta dritti alla conclusione: che questa “comparsa” nel cinema di Tarantino sembra essere segno di una sua adesione, non si sa se per convenienza o per scelta artistica o morale o che altro, ai canoni antichi del cinema “bene” di Hollywood, quello classico per intenderci, quello dell’happy ending. E’ certo un Tarantino, quello da Kill Bill in poi, che, come già accennato all’inizio, abbandona la sperimentazione per riportarci in un orizzonte molto più convenzionale, epico direi: fatto di storie ataviche di vendetta (ma non dimentichiamoci giappostorie come Lady Snowblood.. e quel bianco cotone di piantagione arrossato dal sangue.. corsi e ricorsi), ma anche etico: di bene-contro-male, di lieto fine. E’ forse un Tarantino che, da Kill Bill in poi (non che prima non lo facesse! ma forse in maniera differente) si confronta con la tradizione, regista (im)maturo, certamente affermato, o quantomeno con la sua personale tradizione, che affianca agli immancabili (ci mancherebbe!) grandi classici la frequentazione assidua ed entusiastica del cinema “minore”, del quale possiede una conoscenza enciclopedica.
E si confronta con la sua tradizione a suo modo: rivisitando i generi come è moda di oggi, ma facendone più che altro materiale per lo spregiudicato pastiche postmoderno, saccheggiando il passato piuttosto che interrogarlo.
Devo anche confessare che un po’ sono rimasto deluso: il fatto che Tarantino si confrontasse con il western mi aveva caricato di aspettative: in che modo Tarantino potrà confrontarsi con questo genere così nobile, con il suo maestro Leone? Questioni di forma, da storia del cinema, cliché del grande-regista-che-si-confronta-con-il-suo-grande-maestro, che sono state deluse: ho concluso, magari solo parzialmente, che di western in Django c’è davvero ben poco.
Rassegnato ma non troppo, mi sembra d’essere incappato nel discorso più metacinematografico che Tarantino potesse fare: il genere è talmente svuotato di significato, di implicazioni politiche (*), etico-morali o che altro, da annullare la nostra coscienza, votarci al disimpegno più totale, e mostrarci il cinema come assoluta, deliberata finzione fine a se stessa; senza la cafoneria di non-esempi come Wild wild west (film di genere assai più di Django), o quel film con Jackie Chan o cose immonde come Cowboys and aliens che non andrò a vedere mai nemmeno sotto tortura.
Che poi alcuni abbiano a criticare questa concezione postmoderna del cinema, io mi sento persino di sostenerli: ma il fatto è che, signori, stiamo parlando di Tarantino, non dei fratelli Wachowski.. O delle cafonerie appena citate. Tarantino è un puro, artista di rango, come lo è un Lynch: “amatemi oppure odiatemi, è così che sono..”.

Il postmoderno di Tarantino è una dichiarazione spudorata di amore viscerale, totalizzante, nei confronti del cinema: diamine non si può che sospendere ogni giudizio nei confronti di quest’anima di briccone sanguinolento, e salutare ogni sua opera, orgia di citazioni a contenuto intellettuale nullo, come una nuova occasione per allontanarci dalle derive moralistiche (**) ed esorcizzare la piaggeria mercantile di quanti adombrano i film di contenuti morali giusto per raggiungere lo spettro più ampio possibile di pubblico, e garantirsi il rating “per tutti”.. (***)
Il postmoderno, a mio parere e forse non solo nel cinema, non può che essere questo: un sincero atto d’amore nei confronti del passato, da parte di chi non è interessato a pensare al futuro, o non si sente in grado di farlo. E poi per dirla alla Truffaut (a mio parere un’anima affine al contemporaneo Quentin), senza dubbio questo cinema è un tentativo sincero, candido e sorridente di fare l’amore con noi, pubblico.
Perciò, anche per questa volta, facciamo in modo che il povero Quentin non passi la serata in bianco.

NOTE

(*) spero non si sia inteso Django come un film di critica al razzismo, o amenità politiche del genere. Penso che una interpretazione del genere, ripeto considerato il soggetto, sia puro spreco di tempo e risorse intellettuali.

(**) a mio parere la diabolica furbizia di Tarantino sta nell’essere riuscito a fare un film dove la dichiarata, palese retorica/morale sulla libertà del popolo afroamericano (a trovarli i bianchi sani in tutto il film, salvo il tedesco che non è nemmeno americano) legittima o quanto meno anestetizza la frequenza assordante con cui:
– viene pronunciata la parola negro
– 
vengono mostrate vessazioni ai danni dei negri in questione.

(***) la scena di sangue a fiumi in Kill Bill rischiò la censura: donde quel b/n durante lo sterminio degli 88 folli, come saprete bene o voi fan di Tarantino. Come mai questa volta il sangue a fiumi ha evitato la censura?

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cineforum e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...