“Strade perdute” (1a parte, noiosamente argomentativa)

strade-perdute-01Taluni sostengono che noi oggi si viva tempi sconsacrati, tempi in cui la secolarizzazione ha agito in profondità nelle istituzioni, nell’immaginario, nei costumi, nel pensiero. Si potrebbe raccontare del trionfo del temporale sullo spirituale, quest’ultimo ormai posto a margine di un discorso, come di qualcosa che ci si sente in dovere di citare, di passaggio, giusto per correttezza.
La ragione bruca placidamente l’erba di pascoli seminati a scienza e tecnica, si accoglie con favore tutto ciò che è razionale, ossia scomponibile, ricomponibile, elencabile, su cui si possa operare, le cui parti possano essere messe in relazione con altre parti, o l’insieme con altri insiemi.
Si potrebbe dire che tutto deve essere impeccabile, laddove si intende con impeccabile tutto ciò che sia nel campo della norma, della misura (ossia, del misurabile), ovvero che sia riconducibile a un discorso che noi possiamo riproporre con parole nostre, adeguandolo al nostro lessico, all’insieme di parole a noi conosciute e familiari, ossia aderente e adattato al nostro metro.
Per garantire la conservazione di questa misura è necessario mantenere e far rispettare il controllo: tutto ciò che rischia di traboccare, di superare il limite deve essere contenuto, prescritto, riassorbito nell’universo di discorso che ci è familiare.
Prerogativa del controllo (anche nella tecnica) è che il finale debba essere noto. Anzi, la teoria del controllo nella tecnica consiste proprio in questo: ciò che da principio è noto, o addirittura ignoto, si vuole che proceda in un modo, e nel modo desiderato, e che dunque si concluda come desiderato, dando i risultati desiderati.
Una simulazione descrive uno svolgimento temporale, una transizione da condizioni iniziali talvolta ignote a condizioni finali certe. E’ l’azione di controllo a garantire la performance.

Ma questo è il campo della tecnica, ora vorrei spostarmi per quanto mi è concesso, mutuando questi concetti della tecnica, nel campo del linguaggio e del discorso.
Pensiamo a un qualcosa che si svolge nel tempo, di cui conosciamo inizio, svolgimento e conclusione. Avrebbe ancora senso parlarne, per esempio, come di un racconto? Seguendo l’etimologia del verbo narrare si individua il termine antico gnarigàre che contiene in sé la radice gna-, come il greco gnos che sta per conoscenza. Dunque il narrare è quell’atto compiuto da qualcuno che tramite il linguaggio porta qualcun altro a conoscenza di qualcosa, presumibilmente una storia (infatti si dice raccontare una storia).
Quando una persona conosce già questa storia, e ha già ascoltato questo racconto, in un certo senso si viene a perdere il significato originario del termine: non si assiste più ad una narrazione.
Se viene a mancare la dimensione narrativa cosa si sostituisce ad essa? Si potrebbe individuare al suo posto una dimensione recitativa: assisto a una rappresentazione d’opera, mi viene dato il libretto per seguire i dialoghi – si presume che il pubblico, colto, sia già a conoscenza della storia, dunque non c’è più racconto.
Vado a teatro, è di scena l’Amleto: posso non ricordarlo per intero, ma so bene come si svolge la storia: niente colpi di scena.
Riprendendo il concetto di controllo, penso che questo sia esprimibile nel campo della recita. Il mondo del controllo, dell’autocontrollo, e della prevedibilità, è il mondo del vivere sociale, del rito e della mondanità.
Secondo l’antico adagio romantico il sentimento, quando interviene nelle umane azioni, agisce come a voler scardinare questo equilibrio, come forza eversiva, rinuncia all’iterazione degli schemi esistenti.
L’azione del sentimento e della volontà rompe l’equilibrio e scatena le forze dell’individuo in direzioni ignote. L’individuo non è più il se stesso riconoscibile, è il se stesso che si osserva nel compiere ciò che egli non può prevedere, nella migliore delle ipotesi, o è il se stesso che subisce ciò che egli non può prevedere nel momento stesso in cui lo compie: è l’uomo in stato di passione, come di forza interiore che prende il sopravvento, di un uomo che dunque ha perso il controllo, o in stato di entusiasmo, l’uomo che ha il dio in sé, l’uomo ispirato nel senso di pervaso dallo spirito.
L’abbandono o meno della coscienza non dovrebbe distoglierci dal punto fondamentale: che non si dà certezza della conclusione, che si perde ogni riferimento precedente (sparisce la dimensione recitativa) e ci si riappropria, con vigore o con violenza, del mondo come di luogo della narrazione, di ciò che è in fieri. Ci si addentra dunque nel regno misterioso e straordinario (altro aggettivo non casuale) dell’avventura.
Perché quando si parla di avventura si parla sempre di coraggio? Perché l’incertezza nel finale genera angoscia: l’angoscia è quella paura di ciò che non si conosce, che sfugge alla comprensione. Il bosco buio di notte è il regno delle possibilità, tutto ciò che noi conosciamo perde all’improvviso di significato. Pochi passi ci proiettano in un universo parallelo, di cose e di significati, che ci sfugge per intero. Il coraggio implica un superamento di questa angoscia.

C’è una angoscia di fronte ai fatti reali, concreti, e allora parliamo di avventure e di coraggio, ed è un’angoscia facilmente descrivibile (riuscirò a superare quella prova?) ma c’è anche un’altra angoscia, a mio parere, che si riferisce ad uno stato mentale, indotto da un fatto esteriore o interiore.
E’ l’angoscia che proviene dal dubbio, e di nuovo dal moltiplicarsi delle possibilità, delle interpretazioni di un fatto già dato (in quanti modi può essere?), e c’è in conclusione un’altra angoscia ancora più profonda, che è l’angoscia per ciò di cui si sente l’esistenza ma che non si riesce ad esprimere con il linguaggio (che cos’è?). L’angoscia per qualcosa che nello spazio è l’informe, nelle parole è l’indicibile.

Il pragmatico dice: se non è dicibile, che senso ha parlarne? Quanti la pensano così, dovrebbero fermarsi a leggere qui. Ma andranno avanti lo stesso, se non sono stati annoiati a sufficienza da questa introduzione, vuoi per sentirsi disobbedienti (mimesi del proibito), oppure per soddisfare la propria curiosità (mimesi dell’avventura), oppure per formarsi un’opinione in merito, per una eventuale replica (mimesi della conoscenza).
Forse avrebbero dovuto arrestarsi al discorso sulla recita e sulla mondanità, perché è a questa dimensione che restano vincolati. Vorrei poter parlare agli avventurosi, ma non so quanto possa proporre un’avventura impiegando soltanto le parole: sarò modesto e mi proporrò di promettere loro quantomeno un’esperienza, ma vorrei poter dar loro di più.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in cineforum e contrassegnata con , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...