After Hour [Fuori Orario] (Scorsese, 1985)

Ci troviamo a New York, dove Paul conduce la solita ordinaria vita da uomo prigioniero di una città-alveare – su questo prologo piuttosto scontato non c’è granché da dire.
L’innesco della trama corrisponde ad un incontro fortuito che avviene in un bar, dove Paul sta leggendo tranquillamente Tropico del Cancro di Henry Miller. Una ragazza dal volto angelico, tale Marcy, interrompe la lettura di Paul per irrompere nella sua vita – è forse il dono scelto dal cielo per Paul, un tentativo di riconciliazione per il grigio destino che gli è stato assegnato?
L’incontro si svolge seguendo il filo di una conversazione abbastanza comune, dagli esiti forse fin troppo ottimistici (situazioni da “non mi par vero”) – qualche chiacchiera, un po’ di sorrisi, ammiccamenti vari e Paul si ritrova con già in mano un numero di telefono e una promessa non troppo velata. Davvero niente male: “Well done boy”!
La citazione letteraria (che fa molto amor cortese) sembra rafforzare l’idea di una serata promettente per il nostro; pare che Tropico del Cancro sia stato assai celebre, in epoche ancora soggette allo scandalo, per via della maniera piuttosto disinvolta con la quale l’autore trattava la materia sessuale.
Insomma “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse”, e Paul non intende certo lasciarsi scappare l’occasione, spiattellata lì con altrettanta disinvoltura dalla disinibita Marcy, di prendersi questo panino al formaggio (ha un sacco di fogli importantissimi che svolazzano per il suo appartamento!). Parentesi: la modernità in questa storia vecchia come il mondo si palesa tutt’al più per gli oggetti che vengono coinvolti a pretesto – i fermacarte pop a forma di panino al formaggio.
Tutto sembra ben avviato per un esito felice, ma ogni narrazione degna di rispetto si deve giovare di qualche piccolo ostacolo, per trovare lo slancio che la completi. E così, al momento dell’incontro fatale con la sua bella, scatta la molla perversa nella mente di Paul, che perde la calma (forse non ce l’ha mai avuta) e si lascia andare ad un singolare rimprovero nei confronti dell’allibita Marcy.
Da qui fino alla fine gli equivoci, lungi dall’esaurirsi, aumentano a dismisura. La complicazione sta nel fatto che se per esempio ci fossero stati degli ostacoli esteriori, dei divieti, qualcosa insomma che agisse contro questo amore nascente, si sarebbe potuto far valere il detto omnia vincit amor, con lieto fine da Cenerentola nello stile “e tutti vissero felici e contenti” o gran finale tragico alla Romeo e Giulietta – insomma ci saremmo sorbiti una storia d’amore come tante; ma questo vale per i bei tempi andati, oggi l’unico e fatale nemico dell’amore sta nella banalità della situazione, nello scarso coinvolgimento emotivo dei due partner, nel tedio, nel sesso-senza-amore, nei cosiddetti blocchi-interiori etc – avversari tanto più letali quanto meno appaiono minacciosi.
I nostri personaggi sono dei disillusi, non hanno troppe pretese in materia d’amore: le storie belle non possono avverarsi perché la-vita-è-dura, nessuno-dà-niente-per-niente, le-persone-non-ti-ascoltano etc. Abbiamo tutti perso la fede, siamo diventati Iago di noi stessi, siamo tutti in crisi in questa grande città che ingoia il tuo lato umano e ti restituisce meccanismo di orologio colossale.
E’ l’inferno della solitudine, che si palesa già a partire dal protagonista, con la sua vita stereotipata e seriale di impiegato/programmatore per computer. Ma non basta: lo segue tutta una schiera di individui che, volenti o nolenti, vivono il loro travaglio interiore senza possibilità di appoggiarsi a nessuno: ciascuno vive per conto suo nel proprio appartamento, ciascuno chiede allo sprovveduto Paul, che chiede aiuto un po’ a tutti quanti, la propria quotaparte di felicità che si sente di meritare in cambio di una prestazione offerta – il rapporto è quello mercantile, la logica utilitaria del do ut des (certo siamo lontani anni luce dalla gratuità dell’amore di visioni come il Fiore delle mille e una notte di Pasolini); ciascuno assume una doppia faccia, da gentile e disponibile a iracondo e vendicativo in maniera sconsiderata, a seconda della reazione di Paul che, diciamocelo, il più delle volte è squilibrata tanto quanto quelle dei personaggi con cui ha a che fare.
Scorsese, con lo stesso piglio di Taxi Driver e la stessa volontà di denuncia ma senza moralismi, mette in scena situazioni che in Taxi Driver erano a carico quasi esclusivamente del protagonista (mettiamoci anche Betsy), mentre qui appunto vengono grossomodo condivise da tutti i personaggi – di più c’è soltanto un po’ di ironia e una città che dopo un decennio è inevitabilmente cambiata (il taglio Mohawk di Travis, da combattente in vietnam, è diventato la moda punk del Club Berlin.. Mitici anni ’80).
Nel frattempo la modernità ha proseguito la sua opera di appiattimento fino al detrimento della qualità dei messaggi da dare e ricevere. E quand’anche ci sia effettivamente qualcosa di sensato e meritevole da dire o da comunicare, la modernità ha reso questo messaggio incomunicabile; e quand’anche sia possibile comunicare, la modernità ha moltiplicato i codici e le lingue in maniera esponenziale, per cui subentra l’incapacità di farsi comprendere, e la probabilità che il messaggio giusto arrivi al destinatario giusto è pressoché pari a zero.
Insomma è l’era babilonica del message in a bottle (vedi il bigliettino I hate this work – oggigiorno, il messaggio in chat), dove ci si affida disperatamente al caso, in stridente contrasto (e contraddizione) con la perfetta armonia e prevedibilità della tecnica, il regno in cui Paul vive da suddito con un occhio sempre fisso all’orologio da polso. Ne emerge un quadro generale di persone che, chi più chi meno, vivono una crisi – benvenuta decadence.
Seconda forse solo a Paul, Marcy è in crisi con il fidanzato e cerca l’amico con cui sfogare le sue ansie, la persona con cui sia possibile una buona volta “parlare” (quello che non abbia sempre in mente il sesso, perdio!); quantomeno si è presa un confessore che le piace e ciò lascia aperta la porta per un felice epilogo amoroso fra i due. Ma come si è già anticipato, Paul rovina tutto quanto con quel suo sfogo un po’ senza senso. Da qui in poi, il corso degli eventi cambia: finisce la storia dell’avventura amorosa di Paul e comincia la storia del ritorno a casa di Paul – ma non anticipiamo nulla.

[NB: QUANTO SCRITTO DI SEGUITO RIVELA ELEMENTI DELLA STORIA – si consiglia la lettura solo dopo la visione del film]

La trama orizzontale

La storia, che di per sé non possiede nessun elemento fantastico, ha però numerosi elementi assurdi nel modo in cui si svolge, nell’esagerazione delle situazioni che si vengono a creare.
Quello che fa la differenza è il gioco delle forzature con cui si fanno procedere dialoghi e racconto, e l’inquietante precisione delle coincidenze per cui l’impressione generale che se ne riceve è che tutti i personaggi siano collegati con tutti, e buona parte dei personaggi siano poi collegati al vero personaggio-fulcro della vicenda, e cioè Marcy. Gli oggetti sono simboli che rimandano, quasi ci fosse una volontà superiore che li disponga nei posti giusti e nei momenti giusti, alla storia fra Paul e Marcy e al rapporto di Paul con se stesso (vedi il libro sui pazienti ustionati che compare nella borsa di Marcy – ciò che il Tropico del Cancro ha creato, quest’altro libro ha disfatto impietosamente).
E’ una costruzione così ben fatta che sembra appiattire il tempo in favore di una sua rappresentazione “spaziale”: il disegno è lì sulla carta e ci viene svelato man mano che trascorrono i 93 minuti di pellicola. Noi seguiamo il filo di trama che concorre a creare il tessuto mentre viene traslato dalla spoletta, partendo dall’estremo sinistro del tessuto. Giunta al lato opposto, la spoletta conclude la prima metà del suo percorso, e dà inizio alla seconda metà: il tema dominante diventa così quello del “ritorno a casa”.
Vogliamo anche darci un tempo? Prendiamo allora un righello, e misuriamo circa 45 minuti dall’inizio del film: ecco, è proprio in questo momento che Paul scopre che Marcy è morta – con gusto macabro il momento e il modo in cui veramente avrebbe dovuto consumarsi (finalmente!) l’atto d’amore fra i due viene suggerito in maniera un po’ voyeuristica dal gesto di Paul, che scopre man mano il bel corpo di Marcy, ormai freddo.
Si potrebbe azzardare uno sviluppo grossomodo lineare fino al momento in cui Marcy e Paul si ritrovano nell’intimità soffusa della camera da letto di lei. Poi l’improvviso, inaspettato sfogo di Paul producono il crollo degli eventi e si raggiunge un punto di svolta drammatico nel suicidio (anche questo, francamente, spropositato all’apparenza) di lei. Da qui in poi la trama del ritorno a casa segue un andamento tortuoso, a zig-zag.
Il film segue forse un’unica sola traiettoria “lineare”, che però viene percorsa al contrario. Paul parte come individuo sessualmente carico come una molla, pronto all’amore, e mano a mano si trasforma in un individuo arrendevole e inerme come un bambino, sconfitto dagli eventi e dall’improvvisa ostilità del mondo non suo in cui è capitato.
In ogni incontro femminile la carica erotica scema sempre più, dai baci focosi con Marcy (ai quali Paul partecipa attivamente) si passa al bacio con la cameriera (in cui è lei a farsi avanti), poi niente più baci; la bionda del camioncino dei gelati sembra una sorella maggiore dispettosa, e c’è pure spazio per un divertente siparietto omosessuale. Aumenta anche, grossomodo, l’età delle partner, cosa palese nell’incontro finale con la donna ormai matura, la quale assume a tutti gli effetti il ruolo della madre, a cui Paul si appoggia in un gesto di tenero abbandono, e alla quale affida la sua vita. Si ripercorre insomma l’adagio che in bocca al prete de L’ape regina suonava grossomodo così: la donna è prima amante, poi sorella, infine madre..
E, dulcis in fundo, quell’affascinante ritorno nel bozzolo/uovo, opera di un’Aracne/Penelope che con mani sapienti tesse intorno alla propria larva la protezione dell’amore materno; per farla ri-nascere sì, ma alla stessa vita di prima..

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