L’ape regina (Ferreri, 1963)

“Semen retentum, venenum est”

Alfonso è un arzillo quarantenne che gestisce con l’amico una concessionaria a Roma. Scapolone impenitente, sente però d’un tratto il peso dei suoi anni, e si decide a compiere il grande passo, ed unirsi in matrimonio con una donna.
Ma occorre fare le cose per bene, e non pigliarsi la prima che capita: nel contrarre moglie infatti, il nostro ha tutta la meticolosità di seguire la norma, e comincia affidandosi con umiltà al fiuto dell’amico canonico, tal padre Mariano, il quale pesca dal parco macchine delle Suore una gemma di rara bellezza che racchiude in sé tutti i canoni della donna idealizzata: purezza, mitezza, soavità virginale, l’anello di congiunzione fra Beatrice e Laura: del resto è stata Figlia di Maria.
Si combina, e si combina in fretta, con somma gioia per tutti quanti. L’accoglienza di Alfonso da parte della famiglia di lei è calorosissima, tutte quelle donne che compongono a tutti gli effetti una modernissima famiglia allargata di stampo matriarcale sono liete di accogliere l’agente fecondante all’interno del loro alveare. Gli unici uomini ammessi all’interno del nido a parte il predestinato Alfonso sono Igi, un rammollito cresciuto (ma di certo non svezzato) dalle zie, e lo stesso padre Mariano, e non è un caso che ad entrambi, il primo per manifesta incapacità, il secondo per coraggiosa scelta, sia negata la possibilità di generare.
Alfonso invece, come già accennato, ha il diritto/dovere e l’onore di portare avanti! la specie: un compito che Alfonso, nei tre mesi di fidanzamento, vorrebbe addirittura assolvere in anticipo coi tempi previsti; tuttavia le avances del macho sembrano destinate a infrangersi, come debole risacca contro gli scogli più imponenti, contro le mura candide della turris eburnea Reginea.
Per fortuna tre mesi durano poco, sicché finalmente il matrimonio si celebra: ad Alfonso la morale cattolica concede il via libera, e da ora in poi tutto cambia. Regina gioca addirittura d’anticipo, e l’accoppiamento si celebrerà inaspettato in un luogo carico di funesti presagi, e dopo questo altri, ripetuti, numerosissimi coiti, tutti conclusi e nessuno interrotto, ogni goccia di seme conservata con cura dalla caparbia Regina, d’altronde l’italianissimo buon senso suggerisce che non si butta via nulla! Alfonso esulta della formidabile voracità amorosa della sua Regina, unita a una insospettata abilità nelle faccende del sesso; si pavoneggia con gli amici della sua sorte fortunata, tutto sembra andare a gonfie vele ma ad un certo punto insorge in Alfonso una certa inquietudine, un timore ansioso: egli percepisce una certa stanchezza, un male oscuro che fa scemare il suo slancio vitale. Coglie in sé i limiti della propria dimensione maschile, sente su di sé il peso della propria finitudine, confrontandosi allo sconfinato oceano della femminilità di Regina, comincia a rendersi conto che il suo momento sta per passare, e per la prima volta ha paura.
Ma forse è troppo tardi…
Da uomo di buon senso qual è, chiede aiuto. Padre Mariano è chiaro: egli non può sottrarsi al dovere di consorte, suo dovere è soddisfare i desideri della moglie, ma c’è una via d’uscita. Alfonso vincerà la partita, che mette in palio la sua stessa esistenza, se riuscirà a condurre Regina attraverso il percorso che la buona vecchia tradizione ha tracciato per lei, di amante poi madre e infine sorella. Se Alfonso riuscirà a tramutare Regina in madre (fecondandola), e uscendone indenne, avrà scongiurato una volta per tutte il pericolo.
Si prefigura dunque, nell’ultima parte del film, una sfida all’ultimo seme in nome della procreazione/continuazione della specie, con immutabilità della vita sullo sfondo, sempre vittoriosa, arbitro indifferente…

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