Arancia Meccanica (Kubrick, 1971)

Arancia Meccanica e la profanazione dei simboli

La storia di Arancia meccanica è il rovesciamento sarcastico, anti-utopistico, di un qualunque percorso di formazione. Un romanzo di non-formazione? Probabilmente sì. In che maniera sarà chiaro più oltre.
Incominciamo con il mettere in evidenza uno dei tratti fondamentali del film, che è il rovesciamento sistematico di ogni valore, o simbolo inteso come rappresentazione, incarnazione di un valore.
Questo ribaltamento è incessante ed impietoso: tanto per cominciare, quella che dovrebbe essere una “cura”, la celebre cura Ludovico, viene considerata invece una malattia, tant’è che il processo di “riabilitazione” di Alex si conclude, e con esso pure il film, con la celebre frase “Ero guarito!”.
I segni e le figure religiose sono sottoposti ad ironia dissacrante. Il Cristo sanguinante si esibisce in un balletto blasfemo. La stessa esperienza di vita del Cristo viene ripercorsa dall’Anti-Cristo Alex, che subisce il suo Calvario nel momento in cui la cura Ludovico lo espone indifeso alla ferocia delle persone su cui egli aveva esercitato l’ultraviolenza.
Se qualcuno poi avesse intenzione di attribuire una qualche benignità all’opera d’arte, come occasione di riscatto/purificazione dell’uomo dalla bestialità del suo stato, si troverebbe a fare i conti con un giovane che prende “ispirazione” dalla musica del grande Ludovico-van per immaginare e creativamente compiere ogni efferatezza.
La casa, rappresentata dall’appartamento dell’intellettuale, contrassegnato dalla scritta luminosa HOME, “anonima e proprio per questo avente un valore di archetipo”, “in cui l’ospitalità è sacra”, viene prima violata, contaminata dall’irruzione del profano, e poi, definitivamente desacralizzata, diventa prigione per chi viene a chiedervi asilo.
La famiglia, luogo degli affetti per eccellenza, è in realtà un guscio vuoto, la partecipazione dei genitori all’esperienza di vita del figlio è pressoché nulla, l’indifferenza e la paura regnano sovrane e la rimozione (delle colpe del figlio e conseguenti responsabilità dei genitori) è all’ordine del giorno. Esemplare il momento in cui marito e moglie si interrogano sulle pratiche notturne del figlio, rinunciando palesemente a trovare la più ovvia delle spiegazioni. Dolorosa la scena di Alex “figliol prodigo” che torna speranzoso nella sua casuccia e si trova rimpiazzato dal classico energumeno-bravo-ragazzo, rispettoso di ma’ e pa’ ma asettico, banale e ipocrita quanto loro; non aspetta altro che di potersi sentire buono e giusto nel rinfacciare le colpe del criminale Alex, serpe allevata in seno da bravi e timorosi genitori. E’ lui il figlio ideale, che quindi rende legittimo l’atto di cambiare il proprio vero figlio così come si fa con una merce qualunque, se questa si rivela avariata.

Il ruolo della sessualità

Questa logica di rovesciamento investe in Arancia meccanica anche la sfera della sessualità. Il sesso, anziché offerta libera, altruistica, di sé e del proprio corpo, diventa dimostrazione di potere, predominio del proprio corpo attivo sull’altro corpo passivo, o nella migliore delle ipotesi usando le parole del critico cinematografico Gian Piero Brunetta “scarica di un surplus energetico”. Esempi del primo tipo sono gli stupri (quello tentato ai danni della ragazza nel vecchio teatro, e quello della moglie dell’intellettuale), esempio del secondo tipo il celebre “su-giù” con le due graziose giovanette incontrate nel negozio di dischi. In entrambi i casi il sesso e la violenza si mescolano fino a identificarsi secondo il principio dell’affermazione della propria potenza. Secondo Brunetta infatti:
“Una opposizione generale del senso in Arancia meccanica è l’opposizione identità fra forza e debolezza, potere e assoggettamento, potenza e impotenza. I personaggi che hanno un qualche ruolo di dominazione nei film di Kubrick sono sempre visti secondo una prospettiva ottica non orizzontale, o detengono o ricorrono di continuo a simboli e sostituti di potenza sessuale.
In tutta la sua opera Kubrick tende a creare una identificazione o una differenza impercettibile tra forza, autorità e potenza sessuale, debolezza, assoggettamento e impotenza. […] Nell’Arancia meccanica la simbologia fallica come elemento dominante è diffusa e costante. Dal bastone animato con cui Alex inchioda per terra il vecchio nel sottopassaggio, e i suoi compagni poi, dalla maschera con un naso gigantesco, dai gelati che succhiano le ragazze di fronte al negozio di dischi, al serpente che Alex tiene nella camera da letto e che si muove esplicitamente verso il sesso della donna con le gambe aperte di un quadro nella stanza, al gigantesco fallo-scultura con cui il protagonista uccide la donna che oppone alla sua aggressività una uguale aggressività, Kubrick ci introduce in un universo dominato da tutti i simboli e i miti della potenza virile, la cui esibizione e ostentazione continua sottopone l’”eroe” a prove di affermazione della propria potenza, più che alla ricerca di rapporti interpersonali”.
“Il processo di riduzione della donna a cosa e di automazione del rapporto sessuale è tale per cui non esiste una specifica differenza tra bambole, dai cui seni sgorga latte drogato e ragazze incontrate casualmente ed usate per scaricare un surplus di energie vitali”.

Ma com’è ormai chiaro questa medaglia ha un rovescio (tanto per cambiare), e come afferma Brunetta se il rapporto fra i personaggi è sempre verticale inteso in senso di dominante-dominato (perché, attenzione, non si tratta dell’unico rapporto verticale possibile), può capitare che i ruoli si scambino. Simbolica per eccellenza di questo scambio è la scena in cui si ha la dimostrazione pubblica dell’efficacia della cura Ludovico: quel corpo statuario, magnifico ed imponente di donna che Alex tenta di ghermire salvo ritrovarsi subito dopo prostrato per terra ai suoi piedi, dolorante ed impotente, è il segno del potere che essa mutatis mutandis ha ora acquisito su di Alex.

Il discorso sulla condizione umana in Arancia Meccanica

Perché questo film produce invariabilmente nello spettatore, nella migliore delle ipotesi, un senso di disgusto, di repulsione? Per due motivi: innanzitutto la storia, in quanto romanzo di non-formazione, è priva di qualunque contenuto morale, non è per nulla edificante e questo delude sistematicamente le aspettative (se non di spiegazione dei perché, perlomeno di giustizia) che vanno via via formandosi nello spettatore. E’ dunque una storia di autentica ingiustizia.
Ma non solo: il mondo qui rappresentato è talmente “deviato” che lo spettatore arriva persino a provare una sorta di compassione o ad immedesimarsi nello “sfortunato” Alex, sentimenti incoraggiati dallo stessa presenza della voce narrante, che parla a noi con suadente coinvolgimento ed innocenza perversa: questo va a cozzare con l’evidente malvagità del personaggio che dovrebbe essere condannato senza appello nel giudizio dello spettatore. Lo scacco e il leggero senso di vergogna che potrebbero prodursi contribuiscono all’insofferenza dello spettatore verso la storia narrata.
Il messaggio pessimista è chiaro, e in proposito così si esprime Brunetta:
“Qui non esiste una vera alternativa tra un mondo di violenza e un mondo di non violenza, tra i lupi e gli agnelli, i dominatori e gli schiavi. Tutti esercitano, sia pure a vari livelli, la violenza, e Alex ed i suoi amici sono casi esemplari di giovani che preferiscono l’azione al pensiero e che vengono prima tollerati nella fase della violenza caotica e disorganizzata e poi riescono ad effettuare il passaggio, grazie alla struttura stessa della società, ad una fase organizzata e legale della propria violenza, come tutti gli altri”.
La vittima dunque non vanta alcuna superiorità morale sul carnefice: è solo un carnefice in una situazione di svantaggio: la seconda parte del film mostra con chiarezza questo fatto.
Si accennava in precedenza alla metafora cristiana della vicenda di Alex, definito da Brunetta come percorso di:
“passione, purificazione, morte e resurrezione con tanto di trionfo ed apoteosi”.
La parabola di Alex non è destinata a conchiudersi in senso salvifico: la Resurrezione di Alex non porta nessun messaggio di salvezza agli uomini, riporta semplicemente il sistema-mondo alle condizioni di partenza, e si ha l’impressione che lo stesso ciclo si possa ripetere un numero infinito di volte senza che ci possano essere svolte, senza che l’esperienza e la memoria possano “insegnare” qualcosa: è già in questo senso che si può parlare di non-formazione.
“Alla fine del viaggio di Alex non nasce un uomo nuovo […], ma un uomo rimesso a nuovo, che si affaccia alla ribalta del nostro “allegro” futuro, con un volto noto e delle caratteristiche che ci consentono di riconoscerlo e celebrarlo come il figlio e il prodotto di tutti i miti di una società autoritaria che, dietro al suo superficiale volto nuovo, non ha la capacità di trasformare l’uomo nei suoi rapporti con gli altri […]”.
Il fatto fondamentale è che il passaggio-metamorfosi del personaggio è dunque illusorio poiché non scaturisce da un movimento interiore, una riorganizzazione delle energie, delle forze vitali che sono presenti in ciascun individuo e particolarmente informi in un giovane alle soglie del passaggio all’età adulta. Questo passaggio è invece simulato, secondo una logica che tende a concepire la realtà secondo modelli, di cui uno degli esempi più innocenti si manifesta nella legge che stabilisce de iure nel compimento del diciottesimo anno di età il passaggio dall’età infantile all’età adulta; altri esempi equivalenti potrebbero essere il conseguimento del primo stipendio, o il matrimonio, o la perdita della verginità…
Nelle società degli indiani d’America l’uomo, man mano che cambiava egli, cambiava il suo nome. Cioè cavallo pazzo poteva diventare toro seduto, secondo una logica che è del tutto estranea alla nostra visione rigida e schematica di aderenza al modello, e che quindi procede per categorizzazioni, inquadramenti delle persone e delle situazioni, costruzioni successive del giudizio nostro verso il mondo e gli altri, giudizio che assai raramente, contrariamente a tutte le ammissioni politically correct di liberalità e apertura mentale, subisce mutazioni significative. Così il nomignolo o il nickname viene o subito (nel primo caso) o scelto di propria iniziativa (nel secondo), e non c’è mai una fondamentale mediazione nella scelta del nome.
Sconfessata in Arancia meccanica è dunque la possibilità della conversione. Il film provocatoriamente afferma l’impossibilità di cambiamento per ogni persona (una persona è quello che è e non c’è verso di cambiarla…); nella nostra società il cambiamento è segno di debolezza o incoerenza. Si ostenta una granitica intaccabilità nei propri principi, e la sterile chiusura che ne consegue rimane spesso come segno tangibile della fragilità interiore più che di effettiva rettitudine morale. Si proclama a gran voce il melting pot culturale, ma nei fatti ciascuno cristallizza (singolarmente o a gruppi) le proprie posizioni.

Tornando ad Arancia meccanica, è fondamentale notare come le modificazioni della persona sono indotte e non volontarie (donde il problema della libertà di scelta cui accenna Kubrick nell’intervista riportata più avanti): hanno dunque la stessa efficacia superficiale di un intervento di chirurgia plastica; non si tratta di azioni compiute ma di azioni subite.
Il bruco non immagazzina fervidamente risorse in vista dell’incrisalidamento e della successiva fuoriuscita dal bozzolo in forma di farfalla; esso invece fa della sua opera divoratrice lo stesso scopo chiuso in sé della propria esistenza, e quando la società comprende che questo “bruco” non ne vuole sapere di interrompere (non finalizzare, ma interrompere…) il processo di ingorda accumulazione che essa stessa ha incoraggiato incessantemente (e di cui è metafora quel cassetto pieno di refurtiva nella cameretta di Alex), ecco che interviene con la forza pretendendo e imponendo il cambiamento.
Con un atteggiamento di terribile arroganza sulla vita, e quindi di sordida ostilità verso di essa, la società descritta in Arancia Meccanica (e per molti aspetti anche la nostra…) pretende di controllare per intero il processo di crescita di una persona, così facendo falsificando completamente ogni possibilità di spontaneità ed autonomia dello stesso processo, falsificando quel discorso sulla libertà dell’individuo che viene propinato come oppio delle menti. Assume la veste del permissivismo (chi avrebbe il coraggio di sostenere che i genitori di Alex sono oppressivi??) e così facendo ottiene l’effetto repressivo che si propone.
Alex è dunque l’esempio di un fallimento, di un atto mancato. E si può provare un poco di pietà per un simile personaggio, di cui Kubrick stesso comunque sottolinea l’assoluta malvagità.
In questo senso probabilmente si esprime il suo abilissimo interprete, Malcom McDowell:
“Alex non era davvero malvagio. Era un prodotto del suo ambiente, del modo in cui era stato allevato, dell’assoluta indifferenza dei genitori nei suoi confronti”.
Il fallimento di Alex è quindi un mezzo fallimento, nel senso che ad Alex, come più volte ribadito, non è dato di scegliere, e dunque non può fallire. Il fallimento vero, dunque, è quello di un modello sociale dove il lupo gioca a travestirsi da agnello: il poliziotto dovrebbe difendere i deboli ma in realtà è un criminale, il politico è al servizio del popolo ma segue in maniera spregiudicata il proprio interesse, lo scienziato è al servizio del benessere comune ma gioca a fare Dio e si arroga il diritto di interferire a piacere sui meccanismi della vita, il genitore rinuncia al proprio compito educativo affogando nell’indifferenza qualsiasi richiesta di senso da parte del figlio, l’intellettuale maschera faide e rancori personali con la causa buonista della libertà individuale, l’educatore carica di aspettative l’educato ed è pronto a sfogare su di esso la sua frustrazione non appena se ne presenti l’occasione.
Sono solo due i personaggi che mantengono una parvenza di umanità: il prete e il guardiano della prigione. Entrambi (vedi intervista) sono personaggi anacronistici, del tipo “vecchio stile”, inseguono i fantasmi della redenzione (il prete) e della rettitudine (il secondo) e proprio per questo fanno la figura dei fessi… Non c’è possibilità ne di sincero pentimento ne di giusta punizione.
La visione burocratica, economicista del mondo prevale, e l’uomo ricondotto ad ingranaggio produttivo o ad insieme di cifre per la determinazione di opportuni indici economici ha perso la dignità e la possibilità di essere se stesso, cioè uomo.

Kubrick su Arancia Meccanica

Come vede lei il suo film?

“L’idea centrale del film riguarda il problema della libertà di scelta. Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? Diventiamo, come suggerisce il titolo, una “arancia meccanica”? […]
L’impatto drammatico del film dipende principalmente dallo straordinario personaggio di Alex. Aaron Stern ha detto che Alex rappresenta l’inconscio, l’uomo allo stato naturale. Con la cura Ludovico è stato civilizzato, e la malattia che ne segue può esser vista come la nevrosi imposta dalla società”.

Il cappellano è un personaggio centrale nel film.

“Benché sia parzialmente celato dietro una maschera satirica, il cappellano della prigione rappresenta il punto di vista etico del film. Egli sfida il brutale opportunismo dello Stato che porta avanti un piano per riformare i criminali attraverso il loro condizionamento psicologico”.

Mi pare divertente che molti critici parlino di questa società come di una società comunista mentre nulla autorizza a pensarlo!

“Il ministro è chiaramente un esponente della destra. Lo scrittore è un pazzo di sinistra. “La gente comune dev’essere condotta, guidata, spinta”, dice ansimando al telefono. “Venderanno la loro libertà per una vita più facile!”.

Ma queste potrebbero essere le parole di un fascista.

“Si, naturalmente. Sono diversi soltanto nel loro dogma. I loro mezzi e fini si possono a malapena distinguere”.

In un certo senso la prigione è il posto più accettabile di tutto il film. E il guardiano capo, che è un personaggio tipicamente britannico, è più simpatico di molti altri personaggi.

“Il guardiano della prigione è un servo obsoleto del nuovo ordine. Se la sbroglia assai malamente con tutti i problemi che lo circondano, senza capire ne i criminali ne i riformisti. Per quanti inveisca e si adombri, lui è meno malvagio di quei suoi padroni più aggiornati e più sofisticati”.

Alex ha uno stretto rapporto con l’arte (Beethoven) che gli altri personaggi non hanno. La donna dei gatti sembra interessata all’arte moderna, ma in realtà è indifferente. Qual è il suo atteggiamento di fronte all’arte moderna?

“Penso che la quasi totale preoccupazione dell’arte moderna per il soggettivismo abbia portato all’anarchia e alla sterilità nelle arti. Il concetto che la realtà esista soltanto nella mente dell’artista, e che quella che gli spiriti più semplici hanno considerato per tanto tempo realtà non sia che un’illusione, inizialmente è servito a infondere nuova energia, ma ha finito poi col produrre un sacco di opere molto stravaganti, molto personali ed estremamente prive d’interesse. Nel film Orfeo di Cocteau il poeta chiede che cosa deve fare: “Stupiscimi” gli viene detto. Ben poca parte dell’arte moderna lo fa – non certo nel senso che una grande opera d’arte possa stupire come creazione di un semplice mortale. Sia come sia, il cinema, sfortunatamente non ha affatto questo problema. Fin dall’inizio si è mosso il più cautamente possibile, e nessuno può imputare ad un eccesso di originalità e di soggettivismo in generale la piattezza del cinema”.

Alex ama lo stupro e Beethoven: dunque, secondo lei, non c’è un effetto diretto dell’arte sulla realtà.

“Penso che ciò dimostri il fallimento della cultura nel produrre un qualche miglioramento etico sulla società. Hitler amava la buona musica, e molti capi nazisti erano uomini colti e sofisticati, ma ciò non giovò molto a loro, né a chiunque altro”.

Il suo film affronta i limiti del potere e della libertà

“Il film esplora le difficoltà di riconciliare il conflitto tra libertà individuale e ordine sociale. Alex esercita la sua libertà di essere un delinquente finché lo Stato non lo trasforma in un innocuo zombie che non è più in grado di scegliere tra il bene e il male. Una delle conclusioni del film è che naturalmente ci sono dei limiti entro i quali la società deve rimanere nel mantenimento della legge e dell’ordine. La società non dovrebbe fare una cosa sbagliata per un motivo giusto, anche se spesso fa la cosa giusta per il motivo sbagliato”.

Nel film lei sembra critico verso tutte le tendenze politiche. Si definirebbe un pessimista oppure un anarchico?

“Non sono certo un anarchico, e non mi ritengo davvero un pessimista. Credo molto fermamente nella democrazia parlamentare e sono dell’idea che il potere e l’autorità dello Stato dovrebbero essere resi ottimali e dovrebbero essere esercitati soltanto nella misura richiesta per mantenere le cose civilizzate. La storia ci ha mostrato cosa succede quando si tenta di rendere troppo civilizzata la società e quando si tenta di eliminare gli elementi indesiderati. Ci ha anche dimostrato quanto sia tragicamente sbagliato credere che la distruzione delle istituzioni democratiche ne faccia nascere di altre migliori.
Certamente uno dei problemi sociali più difficili da risolvere oggigiorno è come lo Stato possa mantenere il necessario grado di controllo sulla società senza divenire repressivo, e come possa riuscirci di fronte ad un elettorato sempre più impaziente che comincia a considerare troppo lente le soluzioni legali e politiche. Lo Stato vede davanti a sé lo spettro minaccioso del terrorismo e dell’anarchia e ciò aumenta il rischio che esso reagisca per eccesso e che riduca la nostra libertà. Come per tutte le altre cose della vita, è una questione di giusto equilibrio di una certa dose di fortuna”.

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