Bella di giorno (Bunuel, 1967)

belle_du_jourUna coppia di sposini si sta godendo una serena escursione in carrozza: lui tenta un approccio, lei si nega. E qui parte subito l’assurdo: la donna viene fatta scendere a forza dalla carrozza dal marito stesso, che la lascia alla mercé dei due cocchieri, in balia dei loro frustini e della loro depravazione. In tutto questo, l’insana situazione lascia sul volto della donna solo espressioni di doloroso godimento.

Questo il surrealissimo inizio di “Bella di giorno”, capolavoro di Buñuel che nel 1967 ottenne il massimo riconoscimento alla mostra del cinema di Venezia. Tratto da un romanzo omonimo che Buñuel stesso non riusciva ad apprezzare, si dimostrò una specie di sfida per il regista, che secondo sue stesse parole tentò di realizzare un’opera a lui gradita da un’altra che invece non gli piaceva affatto.

Séverine e Pierre sono marito e moglie ormai da un anno, ma nonostante il reciproco e profondo affetto, la donna non riesce a offrirsi completamente al marito. Questa sua frigidezza nel mondo reale non viene però quasi rispecchiata nei frequenti viaggi della sua immaginazione, che la vedono spesso protagonista di momenti di godimento sessuale al limite del grottesco.
Ad unirsi ai due coniugi in queste fantasie vi è più di una volta anche Husson, individuo che Séverine conosce molto bene nella vita reale, un uomo la cui indole di passionale Don Giovanni risulta contrapposta all’atteggiamento rispettoso e distaccato (e a tratti quasi freddo) di Pierre.

Per capire i motivi del suo blocco psicologico e cercare di porvi fine, Séverine si sottopone ad una specie di esperimento su sé stessa: decide di provare a concedere le proprie virtù a dei perfetti sconosciuti piuttosto che al marito, intraprendendo “la vita”, ossia iniziando a lavorare in una casa chiusa. Lo svolgersi degli eventi mostra come mentre da una parte vi sia un lento miglioramento negli approcci col marito, dall’altra la donna non sembri minimamente risentire di alcuna restrizione, e anzi si lasci quasi usare dai vari clienti con piacere. Tutto potrebbe procedere tranquillamente in questo modo ancora molto a lungo, se non si presentassero due importanti punti di svolta nella vicenda: prima la scoperta della sua nuova attività da parte di Husson, che comunque si limita a farsi momentaneamente da parte senza nascondere una certa malizia e complicità; poi l’entrata in scena di Marcel, un giovane malavitoso cliente della casa chiusa dai modi arroganti, violenti e infantili, che fa della donna un’ossessione tale da volerla unicamente per sé.
Sopraffatta da questa situazione, Séverine decide di interrompere il “passatempo” per evitare ulteriori rischi. Ma una volta tornata alla tranquilla vita famigliare, il dramma non attende a lungo per svolgersi nella sua pienezza…

Del surrealismo s’è detto fino al disgusto. Pochi aggettivi come surreale sono giunti a imporsi nel linguaggio comune, con l’esito probabile di vedere completamente snaturato il loro significato originario. “Bella di giorno” è un film surreale nel puro senso del termine, dove momenti di realtà arrivano ad amalgamarsi senza distinzione con scenari immaginari e assurdi (laddove surreale fa rima con assurdo), ma dove anche la realtà stessa presenta a tratti risvolti estremamente grotteschi e bizzarri. L’immaginazione di Séverine e le sue passioni fanno da filo conduttore per l’intera storia, alternando le sue vicende nel ‘mondo reale’ con scene immaginarie cariche di simbolismi.
Prendiamo per esempio il primo sogno di Séverine: questo oltre a mostrare subito la situazione che fa da pretesto per l’intera vicenda (la refrattarietà della donna nell’aprirsi completamente a Pierre) rivela anche l’indole profonda di lei, il suo segreto desiderio di trasgredire e di sentirsi completamente dominata. Questo aspetto viene riproposto più volte nei suoi sogni ad occhi aperti, in cui la vediamo spesso legata e maltrattata da Pierre, Husson, e altri personaggi; uno di questi ultimi è in realtà particolarmente importante, ai fini di comprendere almeno in parte le motivazioni che hanno condotto a queste passioni: si tratta dell’uomo che in un brevissimo flashback vediamo molestare una Séverine ancora bambina, che viene però presentato ancor prima nelle vesti di uno dei cocchieri che la molestano nell’introduzione. Dal momento che la cosa non viene chiarita ulteriormente, non è facile capire se questo insano e precoce ingresso nel mondo della sessualità sia stata la vera causa scatenante del suo contorto approccio alle gioie dell’erotismo: è comunque insolito notare come Séverine non abbia per nulla rimosso questo personaggio dalla sua mente, ma anzi lo renda partecipe dei suoi sogni proibiti, quasi a voler riprovare la stessa esperienza.

Questa sua indole fa di Séverine un personaggio estremamente solitario, in quanto praticamente nessuno nel film riesce a conoscerla a fondo, nemmeno il marito. Solo una donna riesce a scrutare nella sua interiorità e a capire come prenderla: Madame Anaïs, la proprietaria della casa chiusa, che da Buñuel viene sapientemente introdotta nel film come una figura materna sia per Séverine che per le altre sue ragazze, dai modi alternativamente teneri e decisi, a seconda della necessità. La donna non poteva trovare guida migliore per seguire questa nuova strada: Anaïs rispetta il riserbo di Séverine e cerca di fare il possibile per metterla a suo agio, ma al tempo stesso la ‘educa’ con polso fermo non esitando a lasciarla sola in balia dei clienti più violenti per farne una vera professionista. Quando però la sua “perla” decide che è arrivato il momento di lasciare la casa, pur soffrendone la padrona ne comprende le ragioni e la lascia andare. In questo particolarissimo momento, Séverine si lascia andare perfino ad un bacio di gratitudine, che Anaïs però rifiuta: la scena è un volutamente un capovolgimento del primo incontro, in cui il bacio rifiutato è quello di Anaïs, che tenta in questo modo di infondere calore e sicurezza nella donna.

Oltre a questo particolare legame famigliare, le relazioni di Séverine con gli altri personaggi sono praticamente ridotte all’osso, con l’eccezione del rapporto puramente fisico e carico di erotismo che stabilisce con Marcel. Questo suo isolamento non è comunque da compatire, in quanto altro non è che un altro risvolto del suo masochismo, così come la sua frigidezza: è importante notare infatti come Séverine fatichi a concedersi ad atti d’amore puro nei suoi confronti, come le dimostrazioni di sincero affetto da parte di Pierre, e anche ad atti che le permettano di manifestare superiorità. Una delle sue prime “sessioni”, quella con il ginecologo-maggiordomo fallisce proprio per questo motivo, perché non sa come comportarsi di fronte a qualcuno che vorrebbe essere umiliato più di lei: la donna non riesce nemmeno a trattenere l’ipocrita osservazione “Come si può cadere così in basso”, quando proprio nel suo sogno precedente vedeva sé stessa legata ad un palo, godente nel farsi coprire di escrementi e ingiurie.

Il rapporto con Marcel è invece qualcosa di particolare: nei suoi confronti Séverine si dimostra passionale e amorevole, così come mai praticamente è stata con il marito. È peculiare il fatto che sia proprio un personaggio del genere, arrogante, capriccioso ed irascibile, a scatenare i suoi desideri sessuali, e non invece il marito, paziente e devoto, che lei quasi si diverte a stuzzicare e a lasciare a bocca asciutta (“Non mi fai più paura […] Però dammi tempo”). Probabilmente un ruolo importante in questa distanza dal consorte lo giocano anche i numerosi sogni, che con la costante presenza di Pierre illudono Séverine dell’esistenza di un rapporto ormai completo e ‘consumato’. Con Marcel la donna è invece seduttrice, lo ammalia e ne fa il suo giocattolo sessuale, salvo poi “gettarlo via” quando si rende conto che la situazione rischia di fuggirle di mano.

Da questo punto in poi il confine tra sogno e realtà diventa sempre più labile, nel rapido susseguirsi dei viaggi mentali di Séverine. La vicenda si evolve in melodramma, palesemente fittizio prima (un duello ottocentesco tra Pierre e Husson, che riesce ad avere comunque un risvolto masochistico, in quanto il vero bersaglio delle loro pistole si rivela essere Séverine stessa), romanzato ma realistico poi, con un Marcel possessivo e furente che si reca a casa della donna per farla completamente sua, e spara per gelosia a Pierre. Il finale di questo secondo scenario è quasi un idillio: Séverine può finalmente accudire affettuosamente il marito senza alcun tipo di “dovere” carnale. Anche questo nuovo equilibrio non dura però a lungo: nella conclusione, Pierre si alza e sorride a Séverine, che gli sorride di rimando dicendo che pensava a lui. I due progettano una nuova vacanza: tutto ricomincia da capo.

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