Quell’oscuro oggetto del desiderio (Bunuel, 1977)

Nel ’77 gira la voce di un ritorno di Bunuel al cinema, con un film tratto da “La-bas” di Huysmans, ma si apprenderà poi che il regista ha aggiornato un suo vecchio adattamento cinematografico di La femme et le pantin romanzo scritto nel 1898 da Pierre Louys.

Il trentaduesimo ed ultimo film di Bunuel si sarebbe chiamato Quell’oscuro oggetto del desiderio, titolo preso da un passo del romanzo, dove il protagonista confida ad un amico: “ultimamente facevo il conto delle donne che ho avuto, e mi meravigliavo di non aver mai posseduto un’amante bionda. E così avrò ignorato per sempre questi pallidi oggetti del desiderio”.

All’inizio delle riprese la parte di Conchita viene affidata all’attrice Maria Schneider ma presto l’attrice viene considerata “incompatibile con il personaggio”: tutto da rifare, il ruolo di Conchita viene sostituito da due attrici (Carol Bouquet e Angela Molina) doppiate con un unica voce, in modo da rappresentare simbolicamente le tante facce dell’animo femminile: “una donna non è quasi mai la stessa, ha tante facce, tanti momenti”, dirà in proposito lo stesso regista.

La storia, che nel romanzo si svolge a Siviglia, viene trasportata a Parigi, dove Mathieu Faber (interpretato da Fernando Ray, ormai attore bunueliano per eccellenza, diventato maschera di una classe: nei suoi tratti si leggevano le ipocrisie e i complessi di colpa della borghesia) un uomo sulla cinquantina vedovo e ricco, si innamora perdutamente di Conchita, povera ma orgogliosa ragazza di Siviglia, emigrata a Parigi con la madre, che per vivere fa saltuariamente la ballerina o rimedia qualche lavoro come cameriera. Non rifiuta la corte di Mathieu, si fa desiderare, accetta i suoi doni e la sua ospitalità, ma non gli concede la cosa più preziosa, sapendo che il suo uomo sarebbe disposto a qualsiasi cosa per essa.

Il film esordisce nella carrozza di prima classe del treno Siviglia-Madrid, dove Mathieu inonda Conchita con una secchiata d’acqua, una scena quasi teatrale a cui un magistrato, uno psicologo nano ed una madre con la figlia fan da spettatori. Così ne parla allo stupito gruppo di compagni di viaggio: “quella donna era la peggiore delle donne, la peggiore della terra, e la mia sola consolazione è che, quando morirà, Dio non le perdonerà mai! […] “Converrà che è meglio innaffiare le donne anziché assassinarle”.

Mathieu ha così potuto catturare il suo uditorio, e tramite flash-back inizia a rivivere e raccontare le vicende che lo legano a Conchita. Conchita è una cameriera appena assunta dal suo maggiordomo. La vista di lei fulmina Mathieu, che parte subito all’assalto, ma la ragazza andalusa si difende e l’indomani non c’è più. Siamo in Svizzera dove Mathieu dopo esser stato derubato ritrova Conchita, animata dall’intento di restituirgli il denaro, rubato dai suoi compagni di viaggio. Un fazzoletto raccolto e passionalmente annusato permette la metamorfosi del personaggio femminile nell’unica donna.

Le cose fra Mathieu e Conchita sembrano andare per il verso giusto, e Conchita fa conoscere al suo uomo Incarnaciòn, la madre, donna con una particolare cultura e filosofia di vita. E’ una madre che preferisce baciare il pavimento di una chiesa piuttosto che spazzare quello di un portone, e che senza batter ciglio accetta il denaro di Mathieu, ben precisando che non vuole che la figlia lavori, “per i cattivi esempi. La rovina delle ragazze non sono le proposte degli uomini ma i consigli delle donne. Ne conosco certe che hanno il rosario tra le mani e il demonio sotto le sottane”. Così veniamo a conoscenza dell’educazione sentimentale (e non) di Conchita: “sono mozita” esclamerà la ragazza, educazione impugnata di continuo a giustificazione del suo comportamento, e che diventerà un’arma sadica per tutto il film. Forte del potere borghese Mathieu riceve e paga con una ingente somma di denaro Incarnaciòn che a sua volta promette di condurre sua figlia in casa dell’uomo che ne è follemente innamorato. Ma madre e figlia scompaiono. E’ all’uscita di un locale che ritroviamo Conchita in veste di guardarobiera, e si assiste a un riappacificamento tra i due. Via verso la villa di campagna, dove sembra avverarsi il sogno del nostro protagonista, ma tanti nodi e tanti lacci lo allontanano dal soddisfacimento del desiderio, la scena all’apice del pathos si sgonfia, e si sfiora il ridicolo con l’uomo seduto sul letto che piange e la ragazza che lo consola pietosamente. Di nuovo Mathieu torna alla carica nel suo appartamento parigino, ma questa volta a interrompere l’idillio c’è la sfortunata associazione della proposta di Mathieu ad un assassinio sotto casa; un avvertimento inconscio del pericolo che la ragazza può correre, e quindi il suo brusco, ennesimo congedo. L’intrusione dell’amico (di lei) Morenito nell’appartamento offre la giustificazione al padrone di casa di liberarsi della diabolica vergine. Conchita e la madre vengono rimpatriate. L’uomo la ritrova in seguito a Siviglia: entrambi felici di rivedersi, così lui accetta di assistere all’esibizione di lei che per vivere balla il flamenco in un locale, ma oltre al semplice ballo la sivigliana si mostra nuda per dei turisti. E’ in questa occasione, dopo che Mathieu ha interrotto adirato la rappresentazione, che la ragazza impugna il discorso economico con lo scopo di ottenere una sistemazione. Ancora una volta la commedia degli inganni si affaccia sullo schermo. Una volta ottenuta l’intestazione della casa Conchita esclama tutta la sua gioia nell’essersi liberata del suo opprimente amante, finge con Morenito un primo autentico amplesso, e afferma con orgoglio la propria indipendenza sessuale oltre che economica: “La chitarra è mia e la suono per chi voglio io”.

Nella scena successiva l’uomo rischia la morte nell’aggressione di due banditi che gli rubano l’automobile. La mattina seguente la ragazza giunge a far visita all’uomo per vedere com’era morto, ma egli la picchia duramente; fine del racconto, ormai il treno è arrivato a Madrid, il viaggio si conclude con un’altra scena teatrale, in cui Conchita ripaga l’uomo della doccia subita all’inizio. C’è ancora tempo per un ultimo atto terroristico, un’esplosione che avvolge  i nostri due protagonisti dopo aver sostato davanti a una vetrina, dove una cucitrice si appresta a rammendare una camicia da notte strappata e sporca di sangue. Qui il volto di Mathieu che si eccita e stringe la mano di Conchita, contrassegna il fardello delle ossessioni feticistiche dell’uomo. E’ l’eccitazione finale, il miraggio della deflorazione, l’orgasmo mentale del protagonista.

Il film è tutto un accompagnarsi di casualità e coincidenze, una celebrazione del “caso” che accompagna quasi tutte le scene, e diventa il terzo protagonista, il più silenzioso ma il più efficace, della vicenda. Sul treno il magistrato è amico del fratello di Mathieu, la signora abita nel suo stesso quartiere, il nano era già stato visto alla corrida; e poi gli incontri pressoché fortuiti con Conchita: prima in Svizzera dopo esser stato derubato, poi quando era guardarobiera dopo la seconda scomparsa. Ma ciò che il caso dà, il caso toglie, e così pareggia il conto: l’attentato sotto la casa parigina interrompe l’intimità fra i due; la casuale scoperta di Morenito spinge Mathieu a cacciare di casa Conchita; proprio mentre Conchita gli augurava la morte, ecco avvenire il furto dell’auto, e la morte diventare un rischio concreto.

La vicenda è stata portata più volte sullo schermo da altri registi (Jacques de Baroncelli nel ’29, Julien Duvivier nel ’59, Josef von Sternberg nel ’35): la versione bunueliana mostra un’analisi dell’amore distorta, e non priva di ambiguità, dove i protagonisti hanno solo il potere del “trattenimento”, ovvero: Mathieu per mezzo del denaro riesce continuamente a riavvicinare a sé Conchita (non a caso la sua risposta alla domanda del cugino “perché non la sposi?” è: “se la sposassi non avrei più nessuna arma”), ma ciò non basta a possederla; Mathieu invece è perennemente ingannato dalle parole della ragazza, che riesce anche a renderlo colpevole del suo insuccesso (come possiamo vedere nella scena dopo la rissa a Siviglia), ma resta convinto che prima o poi essa si concederà a lui. Questa ossessione per l’oggetto del desiderio che si trova tra le gambe della ragazza e che viene continuamente prima promesso e poi negato, riduce il protagonista ad un pantin (burattino). L’incretinimento del signor Faber, umiliato, preso in giro, è lo specchio di una classe borghese che al regista interessa più del prevedibile proletariato. Se nel Fascino discreto della borghesia i borghesi non riuscivano a mangiare, qui il borghese sperimenta su di sé l’incapacità, l’impotenza di  amare. Una crisi che con più che si aggrava con più che si fa attraente e contagiosa per chi sembra non esserne colpito: così la proletaria Conchita, che sembra aspirare a legami sentimentali più completi e non a quelli della pura conquista carnale, è capace di trasformare la sua verginità in proprietà privata, un simbolo in cui i due protagonisti si avventano come cani intorno a un osso. “Se ti dessi quello che vuoi non mi ameresti più” esclama Conchita. Attuando un binomio sesso/denaro,  con la complicità volontaria o meno di Matheiu, la protagonista da  angelica e pura, cioè mozita, diventa cinica, sadica, diabolica, capace di andare a vedere come muore il suo amante per semplice curiosità di misurare il suo amore. Con queste due (candidamente spontanee) esclamazioni dei  protagonisti, il surrealismo del quotidiano fa mostra di sé; un’operazione alla Bunuel che  stravolge la retorica amorosa, dissacrando la consolatoria e banale descrittività dei sentimenti, e mette in scena ciò che rimane, ossia la follia del perduto amore.

Interventi critici

– Per lui il surreale è figlio della realtà: vale a dire che tutto ciò che fa vedere nei suoi film deve essere preso e capito di primo acchito come la realtà ma che questa realtà nasconde un secondo significato che lo spettatore è libero di decifrare come vuole.” (Marcel Martin, Ecran 77, n. 61, pag. 42)

– Quell’oscuro oggetto del desiderio è l’ultima trappola di Luis Bunuel, gran maestro di trappole. Trappole surrealiste, trappole metafisiche, misteri grandi e piccoli, veri e finti, buchi neri dove si può trovare tutto o niente, onirico che sembra reale e viceversa. E sullo sfondo l’ansia di trovare un significato a quanto accade, la disperata speranza che esista un Dio, ma che non risponde mai. Anche se Bunuel ritiene che non esista, pensa che il ricercarlo sia necessario e offre all’uomo un dubbioso scopo per il suo vivere e il suo soffrire. Ma anche questa, suggerisce Bunuel, è una trappola, di cui però è difficile fare a meno. E qual’è, invece, la trappola del film di oggi? E’ una trappola di secondo grado, per così dire, un film senza trappole. Ma educati,come i bravi topolini dai riflessi condizionati,spettatore e critico sono abituati ad associare il nome del grande regista alle trappole,e quindi a cercarle anche in questo film. (Paolo Valmarana,il popolo Roma 6 gennaio 1978)

– Si può intendere questo sdoppiamento del personaggio femminile come molteplicità del desiderio maschile: una delle due attrici è più abbottonata, più elegante, più fredda, l’altra più sensuale, più volgare. Come molti uomini che hanno delle relazioni conturbanti con delle donne, il “burattino” vorrebbe poter amare tutte le donne in una sola ed esita costantemente tra le componenti diverse di quelle che ama, tra la divina e la puttana, tra la donna da camera di classe e la danzatrice nuda di un cabaret di Siviglia. (Marcel Martin, Ecran 77, n.61 pag.42)

Annunci

Una risposta a Quell’oscuro oggetto del desiderio (Bunuel, 1977)

  1. Pingback: QUELL’OSCURO OGGETTO DEL DESIDERIO di Buñuel | Cineforum | 11 Gen | SpazioAnteprima Saronno Circolo & Spazio Giovani

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...