Dove sognano le formiche verdi (Herzog, 1971)

Una multinazionale dell’industria mineraria intraprende una campagna di scavi nel sito di Mintabi, in pieno deserto australiano, per valutare la presenza di uranio nel sottosuolo. Il geologo Lance Hackett segue personalmente le operazioni preliminari, che consistono nel far esplodere alcune cariche sulla superficie del terreno, permettendo di conoscerne la composizione negli strati più profondi. La presenza degli uomini bianchi è malvista da un gruppo di aborigeni che vive in quei luoghi, al punto che essi si intromettono nelle operazioni della squadra esplosivi e mandano a monte la prima serie di test del sottosuolo. Il motivo è che l’area su cui gli occidentali stanno facendo le indagini è da loro considerata una terra sacra, perché è la terra dove sognano le formiche verdi.
Si tratta in effetti di un estesa regione colonizzata da enormi termitai bianchi (le formiche verdi, si saprà più avanti, sono in realtà delle termiti), che caratterizzano per intero un territorio che diversamente sarebbe una delle tante lande desolate del deserto australiano. Non si deve svegliare le formiche verdi dal loro sonno, altrimenti il mondo verrà distrutto: così argomenta l’aborigeno Dayipu, un anziano della tribù, di fronte al vicepresidente esecutivo della compagnia mineraria, Baldwin Ferguson, che è giunto a Mintabi per chiarire la questione. Ferguson spiega che la compagnia mineraria ha ottenuto tutti i permessi necessari per effettuare i test, e che l’area su cui stanno operando non gode dello status di riserva; gli aborigeni si oppongono in ogni caso a qualunque tentativo di negoziazione, e Ferguson puntualizza che in una situazione come questa sarà costretto a seguire le vie legali. In conclusione gli aborigeni esprimono il desiderio che Lance rimanga con loro per tutto il tempo necessario a che la questione sarà risolta, e Lance accetta.
Comincia così la stranota vicenda dell’occidentale bianco che si trova costretto a vivere con il popolo oppresso, con il tempo ne comprende il punto di vista e infine solidarizza con esso: una storia che il cinema ha raccontato più e più volte, dallo scandaloso (all’epoca) Soldato blu al giocattolone in 3D Avatar, da Mission a L’ultimo Samurai, e così via.

Werner Herzog autore

Naturalmente Herzog non è James Cameron, anche se un certo gusto per le sfide monumentali li accomuna (Fitzcarraldo e Avatar sono infatti due film “estremi”). Infatti Herzog è un regista artigiano, “del Tardo Medioevo” (così dice di sé), i suoi modelli sono quelli dell’artigiano medievale, dei pittori fiamminghi e dei musicisti classici.
Pandora in quanto luogo della mente (e della computer-grafica) è un luogo che non ha nessun valore se confrontato con le deserte e inospitali terre dove sognano le formiche verdi, spazzate dalle tempeste di sabbia. Il suo approccio con il cinema è concreto, materiale, da ripresa in diretta, probabilmente Herzog non ha mai messo piede in un teatro di posa. In proposito valga quanto afferma egli stesso qui di seguito:

Sento molto fortemente il lavoro di regista come lavoro fisico, dico sempre che fare film è un esercizio atletico. Non è una questione intellettuale. Lo sento proprio come un lavoro manuale. Nello stesso senso in cui nei secoli XV e XVI gli scultori erano visti ancora come scalpellini. Lo intendo come un lavoro artigianale e mi piace, e faccio volentieri ciò che di veramente artigianale c’è in esso. Per Kaspar Hauser ho curato di persona per mesi un giardino esattamente come lo volevo. Per Aguirre ho costruito io stesso le zattere, per avere la sensazione fisica della zattera, e per capire nel modo giusto bisogna davvero attraversare le rapide pericolose e sentirsi nel pericolo autentico. Se si ha una sensazione fisica, questa viene automaticamente trasposta nel film. Così è stato per me. Non parto da un qualunque modello accademico di finzione che poi sviluppo sul posto. C’è al contrario la vita vissuta, lì dentro. Nei miei film c’è sempre qualcosa del genere.

Il suo ultimo film-documentario del 2010 adopera lo strumento digitale del 3D, per andare a riprendere una grotta in Francia da poco celebre per i dipinti preistorici che essa ospita. Un vertiginoso testa-coda, che non si ripeterà mai più a detta del quasi settantenne regista bavarese, avendo affermato che la tecnica del 3D è stata impiegata in un suo film per la prima e ultima volta.
Herzog è uno di quei registi che possiedono una poetica, gli si può quindi assegnare la qualifica di autore, e coerentemente tende a piegare alla sua volontà espressiva il mezzo e non a subire il viceversa, come capita così spesso nel cinema mirabolante del main stream Hollywoodiano. Il cinema per Herzog non è un gigantesco giocattolo con cui far passare, tanto per darsi un tono, qualche nozione spiccia di ambientalismo o di solidarietà dei popoli come nel caso del kolossal con gli uomini blu e tonnellate di girato in blue screen.
Alla fantasia digitale Herzog preferisce di gran lunga il sogno, perché è ben cosciente che il sogno fa parte di regioni che nella dimensione dell’umano giacciono a un livello molto più profondo del trip allucinogeno cui si giunge dopo milioni di click.
In una scena estremamente significativa del film, Hackett entra in un market e chiede al proprietario la ragione della presenza di un piccolo gruppo di aborigeni accovacciati per terra nei pressi del reparto vernici e detersivi. Il negoziante spiega che in quel punto si trovava l’unico albero della regione per miglia e miglia, e lì gli uomini si recavano a sognare i propri figli. Sembra di assistere anche qui ad una scena girata in blue screen, nel senso che è qui di seguito esposto. Da principio ci sono degli uomini che si trovano all’aperto, attorno a un albero, a sognare i propri figli. Ma l’albero è scomparso, attorno allo spazio che esso occupava c’è ora soltanto un grande spazio blu da riempire, e vi si è materializzato un negozio: quattro mura, degli scaffali, delle merci, appaiono in sequenza un click dopo l’altro dopo essere stati selezionati da un opportuno menu a tendina. Ma questa nuova genesi viene rifiutata dagli aborigeni, che si ostinano a considerare il malleabile spazio secondo l’ordinamento pre-esistente, il loro s’intende; forse per loro c’è ancora un albero, anche se non si vede più.

Una poetica per Herzog

Herzog è un regista cui interessa fondamentalmente parlare di due cose: la natura, e l’uomo, temi questi che ripropone costantemente in tutti i suoi film. Sia per la scelta dei temi che per i modi con cui egli li tratta, è difficile resistere alla tentazione di vedere nel cinema di Herzog la tradizione romantica del suo paese, tuttavia egli si ostina a prendere le distanze dall’ideale romantico dell’uomo che sente con dolore la fine del presunto idillio con la Natura, e che trova nel sublime nuovi motivi per guardare alla stessa Natura con occhio differente, oppure afferma con orgoglio la propria volontà nella sfida titanica contro i propri stessi limiti. Probabilmente Herzog mantiene le distanze da questa eredità storica per tenersi alla larga dai luoghi comuni, e per allontanare su di sé ogni possibile accusa di sentimentalismo.
Gli aborigeni che vediamo in questo film non hanno molto del titanico, ma sono uomini caratterizzati da una dignità che sicuramente a confronto ci fa sentire inferiori, inadeguati. Tuttavia hanno un approccio “infantile” nei confronti della “nostra” realtà che non può non strapparci un sorriso, amaro senz’altro e un po’ paternalista, relegando le loro figure un poco nella dimensione del ridicolo. Ridicola dignità, si potrebbe dire, dignità di cui ridere: la serietà e la convinzione con cui Miliritbi parla dell’oggetto sacro che non può essere mostrato a tutti nell’aula di tribunale, pena la distruzione del mondo, è pari all’imbarazzo che prova il giudice nel far mettere a verbale che l’oggetto sacro è un pezzo di legno con delle scritte indecifrabili.
La partecipazione di Herzog alle vicende degli aborigeni è sincera, c’è infatti una condivisione del rischio: se da una parte infatti gli aborigeni rischiano di scadere nel ridicolo, dall’altra Herzog per come tratta la materia rischia di scadere nel sentimentale. Se sia riuscito a scamparla dipende anche dai gusti di chi guarda il film.
Oltre agli aborigeni, questo film pullula di altre figure di “emarginati”, di persone cioè al di fuori dal mondo, outsiders per scelta propria od altrui: Lance ovviamente, che percorre per intero la parabola da integrato ad emarginato, il signor Arnold, lo studioso delle formiche verdi, l’aborigeno spacciato per muto, la signora che ha perso il cane, l’ex pilota alcolizzato…
E’ verso personaggi di questo tipo che va in maniera pressoché univoca l’attenzione del regista: tutti i protagonisti dei film di Herzog sono accomunati da questa condizione umana di emarginazione, sono differenziati solo in base all’atteggiamento che essi hanno nei confronti del reale o al loro modo “ingenuo” di rapportarsi con esso. Possiamo fare l’elenco di personaggi simili, partendo da Aguirre andando a Kaspar Hauser, poi Fitzcarraldo, il Timothy Treadwell di “Grizzly man” (che non è un personaggio di finzione…), Nosferatu, e via dicendo, e mettendo in evidenza che ci sono emarginati aggressivi, come Aguirre o Fitzcarraldo che sfidano in due film diversi la natura ostile della giungla, oppure emarginati che subiscono più o meno passivamente la propria condizione, come Kaspar Hauser o gli aborigeni.
In ogni caso, Herzog si schiera dichiaratamente in loro favore, sia che vincano sia che perdano (e il più delle volte perdono):

« Penso che i personaggi dei miei film siano quasi degli eroi. Delle figure eroiche. Eroi nella misura in cui superano le loro condizioni, escono dal proprio schema e vanno ben oltre le loro possibilità, prima di fallire di fronte a questa enorme sfida. È un comportamento che ci permette di salvaguardare la nostra dignità. Per molti aspetti la creazione non è perfetta, ma non si è tenuti ad accettarla così com’è».

Queste sue considerazioni sono coerenti con quanto abbiamo letto in precedenza riguardo al suo modo di fare il cinema: c’è sempre una dimensione di sfida, di viva partecipazione, di messa in gioco e necessariamente di rischio. E l’orgoglio suo di regista autonomo e outsider si manifesta nella difesa dei suoi personaggi che vengono contrapposti polemicamente al resto:

« I miei personaggi sembrano degli outsider, ma è il resto ad essere outsider».

Il ruolo delle immagini

Altro aspetto ricorrente della filmografia di Herzog è la ricerca sull’immagine, e sul potere evocativo della stessa. Questo è un aspetto del suo cinema più propriamente estetico, che accompagna ogni sua opera senza prevaricare o essere prevaricato. Oggetto principale del lavoro sull’immagine è il paesaggio, che in “Dove sognano le formiche verdi” ha una parte importantissima. Le lunghe panoramiche sul deserto, ornato qua e là dai relitti della civiltà, rottami e carcasse di autoveic0li, sono evocative di un messaggio fin troppo netto (al limite del didascalico), ma hanno anche una propria autonomia estetica che trascende un qualche significato morale. Del resto è alla pura rappresentazione del paesaggio e/o delle forze della natura in azione cui Herzog riserva gli spazi più importanti: il film si apre con scene di tempesta di sabbia, e con una lunga ripresa aerea sulle dunette bianche dove sognano le formiche verdi, e in chiusura dapprima viene ripresa una tromba d’aria, mentre l’ultimissima sequenza vede Lance, diventato piccolo come una formica, allontanarsi in mezzo ai giganteschi termitai che dominano il paesaggio.

Ipse dixit

Su se stesso

La gente ha sempre dei modi di pensare prestabiliti, tende sempre a definirmi. Ma io non sono un “tedesco romantico” […], ho veramente poco a che fare con l’espressionismo, non sono un “tipico artista del XIX secolo”; di fatto non sono “tedesco” in quel senso generico. Sono bavarese, del tardo medioevo, sono fisico”.

Sul cinema

Forse il centro di ciò che faccio è una continua ricerca. Innanzitutto io tento di articolare delle immagini che dobbiamo assolutamente possedere, perché le nostre immagini sono del tutto arretrate rispetto al nostro grado di civiltà. E se non troviamo un linguaggio e immagini adeguate al nostro livello di cultura, questo è grave perché così una civiltà si estingue, come si sono estinti i dinosauri. In secondo luogo io tento di cercare e di capire chi siamo veramente come uomini. Significa molto semplicemente che lavoro a un’immagine dell’uomo.
Tutto quello che posso dire è che sono sicuro che i miei film incontrino persone, da qualche parte, che sono ancora ardenti, vive. Bisogna provare che esistiamo ancora! A volte incontro queste persone quando escono dal cinema dopo un mio film. Ma io non cerco “relitti di umanità”, come molti hanno detto, ma l’uomo autonomo, forte. Chi ha avuto paura vede di più. Forse cerco cose utopiche, spazio per l’onore e il rispetto umani, paesaggi non ancora offesi, pianeti che non esistono, paesaggi sognati. Molto pochi cercano oggi quelle immagini che corrispondono al tempo in cui viviamo, che ti possono far capire te stesso, la tua posizione attuale, il nostro stato di civiltà. Io sono uno di quelli che tenta di trovare quelle immagini.

Sulla realtà

« Sono sempre stato interessato alla differenza tra “fatto” e “verità”. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei “verità estatica”. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica».
Sulle visioni
In tutti i miei film troverete delle visioni. Sinceramente sono molto depresso per questi cliches pubblicitari, questi manifesti di viaggi, queste immagini inutili e insgnificanti che ci circondano. Meritiamo di meglio. [..] Io voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita. E’ come se fosse la prima volta che si aprono gli occhi per vedere come è fatto il mondo. Ho l’impressione di appartenere al mondo della notte e che i miei film nascano dall’oscurità. Cerco di trovare o di creare un vocabolario di nuove immagini in cui la realtà diventi irreale e visionaria […]. Sono cose reali ma in trance, simili ad allucinazioni.

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