I pugni in tasca (Bellocchio, 1965)

“I pugni in tasca” è il primo lungometraggio di Marco Bellocchio, regista italiano nato nel 1939 a Piacenza. Prima di questo film alcune esperienze di cortometraggi e documentari realizzati al Centro Sperimentale di Cinematografia, poi il grande salto, motivato, a detta dell’autore stesso, dalla necessità di “verificare la mia professione, perché un regista è tale solo quando ha fatto un film…”
A ventisei anni dunque Bellocchio realizza un film che a detta di non pochi critici sembrava “imporsi in maniera assoluta”. L’opera crea scandalo, per il taglio scabroso con cui sono trattati temi scottanti: la famiglia, l’adolescenza, il confronto con la società, la follia, la violenza.
L’accoglienza è dunque contrastata: in molti come accennato gridano al miracolo (ancor più trattandosi di un’opera prima), taluni invece smorzano i toni e da più parti si mantiene una freddezza dettata dalla prudenza: l’opera, aldilà dei meriti artistici, è infatti difficilmente “vendibile”. Così ne parla il critico Filippo Sacchi, sul Corriere della Sera in un articolo del dicembre ’65: “Malgrado i premi, però, e la giornalistica curiosità, il film corse il rischio di non uscire. Penserete subito: censura? Ma no, stavolta la censura è stata mitissima. […] Se non usciva era per una ragione molto più semplice, perché nessuno si sentiva di noleggiarlo, nel timore che il ribrezzo morale di certe situazioni finisse per tener lontano il pubblico”.

Ribrezzo morale, si dice: vediamo di che si tratta. L’ambientazione dice già molto sul senso del film: si tratta di Bobbio, un paesino sperduto nella provincia piacentina. In una vecchia casa di campagna vive una famiglia composta da una madre cieca e quattro figli: Augusto, il maggiore, poi Giulia, Alessandro (Ale), Leone.
Il quadro familiare è soffocante; chiusura e paura di confrontarsi con il mondo caratterizzano tutti i personaggi ad eccezione, tutt’al più, di Augusto.
La madre, cieca, vive di ricordi e ha un atteggiamento completamente passivo nei confronti del mondo. Giulia ha una fascinazione morbosa verso la vita (si compiace con vanità degli sguardi d’interesse dei ragazzi e spia le prostitute sulle strade) e un atteggiamento iperprotettivo nei confronti del fratello Augusto, l’unico che ha contatti frequenti con il “mondo” e che dunque rischia più di ogni altro di subirne l’influenza corruttrice. Nel frattempo sviluppa un rapporto di complicità ambigua con l’altro fratello minore, Alessandro, ragazzo intelligente, introverso, narcisista quanto la sorella se non di più, e oppresso dal senso indefinito della sua impotenza, aggravato dalle crisi epilettiche di cui soffre. Il quarto fratello, Leone, è un giovane affetto da ritardo mentale che riceve scarsissima considerazione da parte di tutti i componenti della famiglia.
Augusto è l’unico che manifesta l’intenzione di uscire dal contesto familiare, e di crearsi una sua vita: ha un lavoro, una fidanzata che vorrebbe sposare e con cui vorrebbe convivere, ma giocoforza essendo l’unico che tira la carretta è costretto a fare il capofamiglia, di malavoglia non avendone ne la volontà ne la predisposizione di carattere.

I litigi sono frequenti e il senso di oppressione è percepito in maniera netta da tutti, e con maggiore sensibilità da Alessandro, ma non c’è nulla che sembra poter smuovere le acque di questo stagno putrido. L’oggetto/simbolo che dà lo spunto iniziale alla inesorabile ruota degli eventi sarà l’automobile. Essa è il mezzo che consente ad Augusto di superare i confini che separano il “mondo”, vivace e pieno di occasioni, dall’inerzia pietrificata della casa in campagna e del piccolo paesino di Bobbio. Costituisce così un oggetto fatalmente attraente per Ale, che decide quindi di prendere la patente, compiendo così il primo tentativo di uscire da se stesso, dal narcisismo morboso in cui vive imprigionato; tentativo parzialmente fallito, poiché viene bocciato all’esame di pratica. Tuttavia non si rassegna all’evidenza e inganna il fratello Augusto (quello dell’imbroglio, della menzogna, è un tema molto ricorrente nel film) dicendo di aver passato l’esame. Quindi si offre lui di accompagnare il resto della famiglia al cimitero, liberando così Augusto (che vuole passare un po’ di tempo con la fidanzata) di una noiosa incombenza. Ecco quindi che l’insofferenza di Ale per lo stato di cose in cui versa può finalmente esprimersi in azioni concrete: medita infatti di suicidare se stesso e tutti gli altri buttandosi giù con l’auto da una delle tante scarpate presenti sulle strade tortuose delle montagne intorno a Bobbio. Ma l’automobile si rivela per quella che era (ed è tuttora?), cioè l’incarnazione della libertà, delle palpitanti possibilità che si aprono a chi la guida: così una improvvisata sfida fra Ale ed un altro automobilista fa sentire in lui la scossa vitale e lo stimolo a correre, cioè a lanciarsi nella corsa esuberante verso la vita e nella vita.

Quindi il proposito di suicidio si tramuta d’improvviso, cambia di segno e diventa slancio vitale, o perlomeno illusione di esso. Ma nello stesso tempo Ale realizza che ci sono degli ostacoli a questa sua corsa, e questi ostacoli devono essere eliminati, perché l’imperativo, l’istanza imprescindibile per lui ora è correre/vivere. E così cadono vittime del suo tanto ambizioso quanto fumoso progetto (così scrive Sandro Bernardi: “[Augusto] vuole crearsi una famiglia nuova, poco diversa dall’altra, mentre Ale, che agisce di riflesso (sui desideri e sui modelli del fratello), non ha progetti”), tutte quelle persone che ne rallentano la corsa: prima la madre, che gli raccomanda sempre di andare piano, poi il fratello Leone, inutile peso. Trova nella sorella una entusiasta sostenitrice del suo delirio omicida: contagiata dall’euforia della libertà conquistata, si lascia trascinare (passivamente) dal fratello nel suo slancio verso la vita e nella lotta contro il fratello maggiore che insidia l’eredità materna per poter coronare il suo sogno piccolo borghese di matrimonio/mogliettina+casetta. L’ammirazione di Giulia verso il fratello è forte, alimentata dalle uscite in città di Ale (città di cui Giulia prova ancora paura); tra i due l’attrazione assume ben presto connotazioni sessuali e si concretizza così nella sua natura incestuosa.
Augusto comprende in qualche modo la gravità della situazione ma, spaventato, si rivela impotente di fronte al delirio della coppia Ale/Giulia; in conclusione è soltanto il male di Ale (uno dei suoi attacchi epilettici) e la solita paura di Giulia (che d’improvviso realizza che potrebbe essere lei la prossima vittima) a concludere tragicamente i piani di Ale.

Rassegna stampa

“Bellocchio […] è un perfetto miscuglio di coerenza provinciale e di slancio internazionale, che abbia fatto un bel film lo hanno scritto un po’ tutti, una volta tanto d’accordo; che sia d’obbligo andarlo a vedere, per chi vuoi tenersi informato o semplicemente desideri assistere a un esordio diverso da ogni altro, è inutile ripeterlo. Bellocchio ha raccontato una vicenda sul tema dell’incesto […]: un film da pochi soldi, girato in casa, inestricabilmente legato a un evidente groviglio intimo. La storia della decadenza di una famiglia di tarati in cui giocano gli istinti morbosi e lo scontro degli interessi. C’è un modo fresco e violento di affrontare i propri fantasmi, Bellocchio l’ha azzeccato con un occhio a Buiiuel e l’altro a Ferreri. Non sono che riferimenti, la sostanza è originale. […] E c’è da chiedersi: l’organizzazione del cinema permetterà a un tipo come Bellocchio di farsi la sua strada senza rinunciare al meglio della sua personalità?”
Tullio Kezich

“Raramente tuttavia un cinema d’essai svolge così bene la sua funzione come quando presenta “I pugni in tasca”, «opera prima» del ventiseienne Marco Bellocchio. Al quale potete muovere tutti gli appunti che volete, non certo quello di esprimere con reticenza ciò che manca a registi tanto più maturi: una personalità risoluta. Bisogna partire da questa ferma volontà di compromettersi al di fuori d’ogni lusinga del cinema commerciale, e dalla consonanza tra la forza dell’idea e la violenza dello stile, per capire un film per tanti aspetti sgradevole. […]
Con I pugni in tasca, infatti, siamo coinvolti nel furore d’un giovanotto in rivolta contro tutti quei valori morali e sociali che la tradizione ha racchiuso nella famiglia. […] Egli spara a raggera: è proprio l’istituto familiare che gli sembra giunto al tragico crollo, dacché continua a porsi come un microcosmo dove l’individuo è costretto a trovare il principio e la fine della propria ragion d’essere. È implicito che non bisogna domandargli una soluzione di ricambio; alla sua età è più facile mordere e sbranare che cercare di costruire. […] C’è da stupire che un’«opera prima» nasca con tale vigore, e che la furia derisoria si plachi in uno stile teso sino al limite del grottesco, e sublimi l’orrore della materia in un’implacabile osservazione della pazzia.[…] I pugni in tasca è la maggiore novità che il cinema italiano ci abbia offerto negli ultimi anni. Non è, sia ben chiaro al Bellocchio, quel capolavoro al quale e in Italia si è già cominciato a gridare. Ma è il segno d’una vocazione. A spararci addosso o a fare un vero cinema d’autore? Già che ha scelto la seconda strada, e mostra di saper camminare, Bellocchio è pregato di salvarci la pelle.
Giovanni Grazzini, 11 dicembre 1965 (Corriere della Sera)

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