Il fiore delle mille e una notte (Pasolini, 1974)

“La verità non sta in solo sogno, ma in molti sogni”

Dopo il “Decameron” (1971) e i “Racconti di Canterbury” (1972), Pasolini conclude il ciclo della cosiddetta Trilogia della Vita con “Il fiore delle mille e una notte”. Penultima pellicola dell’intellettuale bolognese, si tratta dell’adattamento cinematografico di alcune fra le meno famose (scelta non casuale) novelle della raccolta omonima.
Le storie, come è nello stile della raccolta, si intrecciano le une con le altre, creando quel gioco di scatole cinesi che accompagna dolcemente lo spettatore attraverso le vicende dei vari personaggi: alcune tragiche, la maggior parte a lieto fine.
Fra queste, la principale ha come protagonista il giovanetto Nur-ed-Din, che cerca disperatamente la sua schiava Zumurrud, fatta rapire da un invidioso e permaloso riccone. Tutt’attorno ruotano altre vicende: quella del talentuoso principe innamoratosi perdutamente di una glaciale principessa, che si scioglierà giustamente fra le sue braccia (perché, come sarà chiaro più avanti, è l’amore che deve trionfare) nel momento in cui un sogno profetico riceverà l’illuminante interpretazione – poi c’è la storia di Aziz (impersonato da Ninetto Davoli), che nel giorno del suo sposalizio si innamora di una donna misteriosa, e si lascia coinvolgere da questa in un sofisticatissimo e fatale gioco amoroso – e poi le storie di due eremiti e vagabondi, ciascuno con la sua colpa da espiare, imposta dalla ineluttabilità del destino.

Un fatto emerge prepotente dalla visione di questo film: che, come in tutte le fiabe, l’amore trionfa sempre, anche quando la conclusione è tragica. Odi, invidie, gelosie, violenze e rancori non possono spegnerne la fiamma, possono solo distruggere la manifestazione esteriore di questo amore, dando la morte ai corpi o mutilandoli irreparabilmente, ma il sentimento resta purissimo ed intatto, nulla ha potere su di esso. E’ questa la quintessenza della voluttà, una voluttà che non è soltanto libidine sessuale (ma di cui la componente erotico-sessuale è elemento imprescindibile, con buona pace dei fautori del cosiddetto amore platonico); è la voluptas figlia di Amore e Psiche che si fa elemento totalizzante dell’esistenza, perfetta via di conoscenza, occasione di mutua scoperta di sé e dell’altro.
Gli uomini e le donne di questi deserti, oasi e città misteriose, si fanno così fedelissimi seguaci del dogma amoroso, che ad esso consacrano con entusiasmo la vita tutta, dalla gioventù alla vecchiaia, e diventano di conseguenza vigorosi oppositori di qualunque sua negazione: non sono ammesse sfumature, non si ingoiano rospi in nome di un qualche “realtà dei fatti”, non c’è spazio per pragmatismi o ragioni di stato. Di qui la calma che si manifesta eloquente nonostante le tante pene e tribolazioni, insomma le passioni: in altre parole, ma il senso del discorso è sempre quello, questa calma deriva dall’accettazione delle regole della (vera) vita e dall’adesione gioiosa e senza riserve ad essa. Non c’è spazio per lo scetticismo e per le esitazioni, il cuore è sempre oltre l’ostacolo.
Così con questo film Pasolini può dare sfogo al suo eros inesauribile, cogliendo, nel rappresentare una storia totalmente scevra da ogni riferimento spaziale, culturale e temporale della sua (e nostra) contemporaneità, l’occasione di celebrare un trionfo senza eguali del desiderio.
Si chiude il cerchio pensando al lusso dei corpi, che fanno splendida mostra di sé, nudi e senza falsi pudori. Lusso che è insieme sincerità e innocenza, quelle qualità tanto care a Pasolini che lo spingevano a ricercare l’essere umano autentico nei luoghi non ancora corrotti dal cancro della modernità: le borgate romane, o la rurale Casarsa, in Friuli. E poi inevitabilmente il Terzo Mondo: l’Africa, lo Yemen, l’Etiopia, il Nepal, l’India e l’Iran, i luoghi cioè dove “Il fiore delle mille e una notte” è stato girato.

Ebbro di tanta bellezza, rinvigoritosi dopo questo tuffo nella fontana dell’eterna giovinezza, Pasolini trovò le forze per concepire l’assalto frontale ai suoi mulini a vento, cioè il consumismo, il qualunquismo, l’ipocrisia di certo modo di condurre la vita borghese: nacque “Salò o le 120 giornate di Sodoma” (’75), e venne (quasi come conseguenza logica!) la morte. Si potrebbe romanticamente concludere che nella sfida titanica fra un uomo e un “sistema” fu giocoforza l’uomo a soccombere, ma come nel suo “Fiore” il sentimento d’amore non si guasta mai, così la sua opera tutta si conserva intatta e inalterabile, come un diamante nelle viscere di una oscura terra.

Commenti dell’autore

Sulla Trilogia della vita
“Poi ho fatto questo gruppo che io chiamo trilogia della vita, cioè i film sulla fisicità umana e sul sesso. Questi film sono abbastanza facili, e io li ho fatti per opporre al presente consumistico un passato recentissimo dove il corpo umano e i rapporti umani erano ancora reali, benché arcaici, benché preistorici, benché rozzi, però tuttavia erano reali, e opponevano questa realtà all’irrealtà della civiltà consumistica. Ma anche questi film sono stati in un certo senso superati, resi vecchi dalla tolleranza della civiltà dei consumi”.

Su “Il fiore delle mille e una notte”
“Ogni racconto delle Mille e una notte comincia con una “apparizione” del destino, che si manifesta attraverso un’anomalia. Ora, non c’è un’anomalia che non ne produca un’altra. E così nasce una catena di anomalie. Più tale catena è logica, serrata, essenziale, più il racconto delle Mille e una notte è bello (cioè vitale, esaltante). La catena delle anomalie tende sempre a ritornare alla normalità. La fine di ogni racconto delle Mille e una notte consiste in una disparizione del destino, che si insacca nella felice sonnolenza della vita quotidiana. Ciò che mi ha ispirato dunque nel film è vedere il Destino alacremente all’opera, intento a sfasare la realtà: non verso il surrealismo e la magia (di ciò si hanno rare e essenziali tracce nel mio film), ma verso l’irragionevolezza rivelatrice della vita, che solo se esaminata come sogno o visione appare come significativa. Ho fatto perciò un film realistico, pieno di polvere e di facce povere. Ma ho fatto anche un film visionario, in cui i personaggi sono “rapiti” e costretti a un’ansia conoscitiva involontaria, il cui oggetto sono gli avvenimenti che gli accadono”.

Sulla vita, sul corpo, sul godimento del corpo
“Godere la vita (nel corpo) significa appunto godere una vita che storicamente non c’è più: e il viverla è dunque reazionario. Io pronuncio da tanto tempo posizioni reazionarie. E sto pensando a un saggio intitolato Come recuperare alla rivoluzione alcune affermazioni reazionarie?”

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...