L’infernale Quinlan (Welles, 1958)

La trama de “L’infernale Quinlan” (“Touch of evil” in lingua originale) si svolge come se fosse stata scritta ieri: un procuratore distrettuale messicano (Charlton Heston) si prende una pausa dalle sue indagini su un giro di droga per sposarsi. Mentre però lui e la sua avvenente moglie americana Susan sono in luna di miele in una città di confine, si ritrovano loro malgrado testimoni di un omicidio realizzato tramite un’auto-bomba. Mike Vargas, questo il nome del poliziotto, deve quindi interrompere l’idillio e collaborare con l’arrogante e corpulento detective locale Quinlan (Welles), per poter risolvere il caso. Sebbene il colpevole venga incastrato in maniera quasi istantanea da Quinlan, Vargas è assolutamente convinto della falsità delle prove reperite da quest’ultimo. La sua nuova missione diventa quindi quella di riuscire a svelare l’inganno del detective, e al tempo salvare la moglie da un complotto ordito da un signore della droga del luogo, desideroso di vendetta nei confronti di Vargas per l’arresto del fratello.

Descritta così può sembrare la trama di un qualsiasi poliziesco, ma Welles riesce a trasformarla in un “tour de force”, portandoci all’interno dei peggiori strip clubs, bordelli, e vicoli oscuri di Los Robles. Le scene sono talmente intense che è quasi possibile percepire odori e sensazioni come se ci si trovasse davvero al loro interno. Ogni angolo della città permea di sensualità e perversione, persino una telefonata carica d’affetto come quella che Vargas fa alla sua mogliettina viene corrotta dall’attenzione morbosa di una negoziante cieca, che sorride maliziosamente ad ogni parola.
Welles era famoso per spingersi sempre oltre nel suo lavoro di regista, e persino oggi sarebbe difficile trovare registi che sappiano realizzare riprese dello stesso stampo. “L’infernale Quinlan” sarebbe innovativo se fosse stato realizzato ai giorni nostri, e molte caratteristiche tipiche di un film che ormai diamo per scontate hanno qui le loro radici.
Già la sequenza iniziale è sensazionale: una carrellata ininterrotta di 3 minuti in cui assistiamo all’intero prologo della storia, cioè al momento in cui il dinamitardo individua l’automobile della vittima e vi pone la sua bomba di nascosto, lasciando poi partire la vettura verso un destino segnato. La ripresa continua dell’automobile e il suo andirivieni dal centro della scena è quasi estenuante per l’osservatore, che come se sentisse effettivamente la bomba, ha la sensazione che questa possa esplodere da un momento all’altro. Ironia della sorte, questo accade solamente quando l’inquadratura ‘dimentica’ l’automobile e si concentra sulla coppia Heston-Leigh.
Un altro metodo simile viene utilizzato quando i personaggi di Heston e Wells si ritrovano a casa dell’indiziato, e l’inquadratura segue costantemente e meticolosamente ogni movimento del primo all’interno dell’abitazione, dalla sala principale al bagno e viceversa, permettendo così a Quinlan di muoversi indisturbato, libero dagli occhi degli spettatori, e di “compiere la propria opera”.
Se però le doti da regista di Wells sono assolutamente fuori discussione, anche la prova d’attore fornita in questo lungometraggio è assolutamente da ricordare: Hank Quinlan pare un personaggio cucitogli addosso alla perfezione, in certi momenti diventa perfino complicato distinguere l’attore dal personaggio.
Burbero, arrogante, senza scrupoli e doppiogiochista, un uomo che del guardiano della legge ha davvero poco o niente: l’unica cosa che condivide con un poliziotto impeccabile e integerrimo come Vargas è la passione per il proprio mestiere e per la lotta contro il crimine, seppure in maniera personalissima e distorta.
Il suo metodo d’indagine, cioè incastrare i presunti colpevoli con qualsiasi mezzo prima che possano in qualche modo riuscire ad evitare l’incriminazione e la condanna, è ai suoi occhi completamente legittimo e giustificabile: alle sue spalle ha infatti un passato doloroso, una moglie strangolata ed uccisa da un criminale rilasciato poi a piede libero, “l’ultimo criminale che sia mai più sfuggito dalle sue mani”. Il risentimento e il rancore covato verso una giustizia imperfetta hanno fatto sì che si trasformasse in un individuo corrotto e noncurante dei limiti imposti dalla legge, una specie di giustiziere, che ha come missione personale quella di ripulire la città dalla feccia criminale a qualsiasi costo e con qualsiasi metodo, perfino l’omicidio se necessario. Un antieroe in piena regola, precursore dei numerosi personaggi simili che oggi spopolano nell’immaginario comune.
Sia il titolo originale che quello tradotto in italiano rendono piena giustizia al personaggio: nel corso dell’intero film pare come pervaso da qualcosa malefico e soprannaturale, riscontrabile anche nelle sue insolite e stranamente sempre azzeccate “intuizioni”. Questa idea di malignità può essere però più realisticamente ricollegata alla brutalità stessa dell’uomo, nella sua strana ossessione per lo strangolamento per esempio. In questo senso Quinlan arriva ad assimilare il trauma della morte della moglie al punto tale da immedesimarsi nell’assassino stesso e farne propri i metodi. Lo strangolamento diventa il metodo “pulito ed efficace” che non lascia tracce, la brutale e infallibile semplicità contro l’incertezza di macchinazioni più elaborate, ma non è solo questo: per lui diventa un vero e proprio sfogo bestiale nei confronti del mondo criminale, la possibilità di incanalare direttamente la propria forza di essere umano nella sua opera di punizione. Basta osservare la fermezza e l’impassibilità con cui elimina un criminale con cui aveva collaborato fino a poche ore prima per capire che gesti del genere gli sono tutt’altro che nuovi.
Se c’è una dote che però merita un riconoscimento particolare è la sua grande velocità di pensiero: la sua mente sveglia e rapida, unita anche ai suoi strani “presentimenti”, riesce a rendere ogni sua indagine un’opera apparentemente priva di sbavature. Volendo paragonare le indagini poliziesche ad un puzzle, potremmo dire che Quinlan non si preoccupa neanche di cercare i tasselli mancanti, ma se li crea al volo con gli strumenti a propria disposizione.
Ogni altro personaggio, con l’eccezione del protagonista Vargas, pare quasi creato unicamente come contorno per questa strana vicenda. L’esempio più lampante è quello di Marlene Dietrich, qui statuaria e bellissima proprietaria di un bordello, il cui ruolo pare però esaurirsi nel rivelare alcuni lati del carattere di Quinlan altrimenti troppo complicati da mostrare allo spettatore; una funzione simile la svolge anche il collega fidato, Menzies, che ben conosce l’animo di Quinlan e i suoi tormenti. Perfino un personaggio inizialmente forte e ben caratterizzato come quello della moglie di Vargas, si ritrova ad essere quasi sminuito a pretesto, a semplice “damsel in distress” e strumento degli antagonisti della vicenda.
Vargas spicca tra tutti gli altri per la sua grande carica vitale e per l’impegno cui si dedica alle proprie mansioni durante l’intero corso della storia. Se la missione di Quinlan è una lotta indiscriminata e feroce contro il mondo del crimine, Vargas ha a cuore prima di tutto la ricerca della verità. Egli è quasi l’antitesi di Quinlan: un personaggio nato in un mondo ostile e criminale ma evolutosi in un individuo puro e “quasi” impeccabile, realmente dedito alla giustizia. “Quasi” perché ad un certo punto anche la sua rabbia e il suo ardore sfociano in una cieca furia punitiva portata ai danni degli aggressori della moglie: se da un certo punto di vista un’azione del genere non è più giustificabile di quelle di Quinlan, dall’altro ne fa un essere umano autentico e non una semplice marionetta travolta del corso degli eventi. Non a caso è l’unico che grazie alla sua caparbietà si rivela la vera spina nel fianco del detective, l’unico uomo che il personaggio di Welles non riesce ad ingannare, manipolare e nemmeno togliere di mezzo.
Si può concludere questa breve analisi con una piccola riflessione sulla strana affinità che è possibile riscontrare tra Welles e il suo personaggio:

«Molto del lavoro di Wells era autobiografico, e i personaggi che sceglieva di interpretare (Kane, Macbeth, Othello) erano giganti distrutti dalla loro stessa hubris. Ora considerate Quinlan, che cura le proprie vecchie ferite e prova a orchestrare il suo scenario come un regista, assegnando dialoghi e ruoli. C’è come l’impressione che Quinlan voglia ottenere il “final cut” sulla trama di questo film, e non ci riesca. E’ un uomo che comincia a subire i contraccolpi di anni di leggerezze ed abusi, e permette comunque al suo ego di trascinarlo in situazioni problematiche.
C’è una risonanza tra il personaggio di Welles e l’uomo che diventò? La storia dell’ultimo periodo della carriera di Welles è piena di progetti lasciati incompleti e di film modificati dopo il suo abbandono. Da un certo punto di vista, i suoi personaggi riflettevano i suoi sentimenti su sè stesso e sulle proprie prospettive, e “L’infernale Quinlan” potrebbe parlare tanto di Orson Welles quanto di Hank Quinlan.” (Roger Ebert, Chicago Sun-Times) ».

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