Porcile (Pasolini, 1969)

Interrogata ben bene la nostra coscienza, abbiamo stabilito di divorarti, a causa della tua disobbedienza.

GroszCirce

Due storie corrono parallele, alternandosi via via: in una un misterioso giovane vaga per un deserto (le pendici dell’Etna) cibandosi di farfalle e serpenti. Quando incontra per la sua strada un uomo, un soldato, egli ne fa il primo di una lunga serie di banchetti cannibaleschi. Col tempo si forma una cerchia di seguaci che ucciderà e stuprerà finché la comunità stanca dei soprusi li punirà con contrappasso dantesco: legati e dati in pasto ai cani affamati.

L’altra storia ha come protagonista il giovane Julian, rampollo di una famiglia di industriali tedesca, rinnovatasi dopo i fasti e i lutti del Reich Hitleriano come tutta la Germania Occidentale del resto, producendo “lane formaggi birra e bottoni”. Julian ha un segreto inconfessabile e una spiccata propensione a non decidere. Coinvolto dalla giovane Ida, sua amica d’infanzia e di lui innamorata, per un attimo sembra schierarsi con la gioventù che protesta contro il muro di Berlino, con i “giovani più progressivi del mondo”, ma niente da fare. C’è l’occasione subito dopo per fare un bel viaggio in Italia durante l’estate, ma anche in questo caso non se ne fa nulla, perché ritroviamo Julian in uno stato di catalessi che sconcerta i suoi premurosi genitori. C’è tempo per un monologo conclusivo, dopodiché di Julian non rimarrà neanche un dito, dei suoi vestiti nemmeno un bottone: finirà divorato anch’egli, dai maiali però. Ironicamente divorato dalla sua più grande passione. Nel mezzo, una divertente entente cordiale fra i due più grossi industriali tedeschi, il padre di Julian (Alberto Lionello) e il signor Herdhitze (Ugo Tognazzi), accompagnati dal fido Hans Gunther (Marco Ferreri).
Tentiamo un’interpretazione di questa storia singolare e a prima vista sconcertante, facendoci aiutare dalle parole dello stesso Pasolini. Egli a proposito di questo film scriveva, in maniera piuttosto esplicita e sintetica (si tratta di un comunicato stampa):

“il contenuto politico del film è una disperata sfiducia in tutte le società storiche: dunque, anarchia apocalittica. Essendo così atroce e terribile il senso del film, io quasi non potevo che trattarlo, a) con distacco quasi contemplativo; b) con umorismo. […] Il messaggio semplificato del film è il seguente: la società, ogni società, divora sia i figli disobbedienti che i figli ne disobbedienti ne obbedienti. I figli devono essere obbedienti e basta”.
Pasolini, amareggiato dall’epilogo dei fatti del ’68, è drastico nel giungere alla conclusione: ogni società ha questa prerogativa, che pretende dai suoi appartenenti obbedienza pronta e cieca.

Astraendo dalla contemporaneità, quello dell’obbedienza/disobbedienza, è un tema antico, oppure no? Ebbene, è vecchio come il mondo, perlomeno quello occidentale. Se ne parla già a partire dalla mitologia greca: Urano giaceva costantemente sulla moglie Gea impedendo ai figli concepiti di uscire dal grembo materno, Crono il più giovane dei Titani figli di Urano e Gea usurpa il trono del padre evirandolo con un falcetto, e temendo di subire la stessa sorte del padre, Crono dio del tempo divora tutti i suoi figli, salvo Zeus che si salva con un inganno orchestrato dalla madre Rea. Una volta cresciuto Zeus intraprende una guerra di liberazione, la vince, fa rinchiudere il padre per l’eternità e diventa re degli dei. Gli antichi non la mettevano troppo sul sottile: ogni nuova società nasce con un atto di detronizzazione violenta del padre, e quindi di disobbedienza.Per gli uomini pare che le cose vadano in maniera simile, perlomeno secondo l’idea di Freud. Egli, così sensibile alla mitologia greca, replica con il suo “padre primordiale”, quell’essere che assomiglia molto ad Urano e a Crono, che teneva tutte le donne per sé e cacciava via i figli, i quali ribellandosi al padre primordiale hanno dato avvio alla civiltà, dettando agli uomini le regole che verranno per sempre rispettate nei secoli a venire.
A questo punto possiamo azzardare un’interpretazione della prima storia: il giovane errante per il deserto etneo è un uomo che ha rinunciato radicalmente alla civiltà e soddisfa così immediatamente le proprie passioni libidinose, cioè è un uomo “primordiale”, “selvaggio”, che in un certo senso ha fatto un passo indietro. Per questo atto di disobbedienza, e per la pericolosa contagiosità della sua disobbedienza verrà punito lui con tutti i suoi seguaci. La civiltà infatti impone ai suoi appartenenti sia dei sacrifici sessuali sia il controllo dell’aggressività, ossia esige delle inibizioni, la rinuncia al soddisfacimento immediato delle proprie pulsioni, mentre il nostro selvaggio si concede ogni libidine e prova un profondo piacere nel duellare all’ultimo sangue con il primo malcapitato che gli passa davanti. E’ un uomo che ha fatto una scelta, una scelta per così dire “negativa”: al contrario dell’uomo civilizzato, ha rinunciato del tutto alla sicurezza che gli viene dall’appartenere a una comunità (e quindi gli capita di soffrire orribilmente per la fame, per esempio) in favore di una gioia “autentica”, profonda. Anziché accontentarsi di sublimare, coglie il frutto proibito della felicità direttamente dall’albero: una vita all’insegna della triade dionisiaca sesso, droga e rock & roll.
Ce lo dimostrano in tutta la sua evidenza le sue prime ed uniche parole, in punto di morte: “ho ucciso mio padre, mangiato carne umana, tremo di gioia”.
E cosa possiamo dire invece del “silenzioso Julian”? Probabilmente anche per Julian c’è un preciso riferimento letterario: quel giovane Amleto tormentato dai dubbi, che si interroga sull’“essere o non essere”, sul senso della sua mission, giustamente considerato uno dei modelli dell’eroe moderno, e per certi versi dell’intellettuale moderno. Solo che Julian in un certo senso consiste nell’evoluzione (o involuzione) dell’Amleto “antico”, perché non ha nemmeno una mission (che so, tipo vendicare la morte del padre) grazie alla quale sviluppare la sua storia, e la sua indecisione si fa radicale, il rifiuto drastico fino a giungere a completo estraniamento. Così questo stato di catalessi in cui versa ad un certo punto del film, come dice di lui il padre, risulta essere ne più ne meno che una scelta di Dio: “poiché egli non voleva far niente, l’ha lasciato morire; e poiché egli voleva fare qualcosa, l’ha lasciato anche vivere”.

Pasolini accenna nella sua nota all’umorismo, elemento moderno, via di fuga, di soluzione all’assurdo dell’esistenza: la vita di Julian è segnata dal dramma personale della sua aberrazione, e dall’aut-aut del tutto illiberale impostogli dal padre (la tenerezza e purezza cui si accenna all’inizio del film): volare con lui sulle ciminiere di Colonia, oppure essere schiacciato. “Risolve” appunto nell’umorismo, come fecero a suo tempo i personaggi Pirandelliani, questo suo stallo irreversibile.
Nota conclusiva: le vicende narrate sono in un certo senso autobiografiche, Pasolini infatti, come afferma nella sua nota, si immedesima in entrambi i protagonisti:

Io mi identifico in parte con il personaggio di Pierre Clementi (anarchia apocalittica e, diciamo, contestazione globale sul piano esistenziale). Secondo, io mi identifico in parte con il personaggio interpretato da Jean-Pierre Leaud (l’ambiguità, l’identità sfuggente, e insomma tutto quello che il personaggio dice di se stesso nel lungo monologo rivolto alla sua ragazza che se ne va).

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2 risposte a Porcile (Pasolini, 1969)

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