Qualcuno volò sul nido del cuculo (Forman, 1975)

L’arrivo di Randle McMurphy all’interno di un manicomio è una vera e propria epifania, cioè una apparizione con velate implicazioni salvifiche. Come ogni autentico profeta egli appare nelle forme meno attese, non ha corona e nemmeno scettro, bensì vagabonda con un cappellaccio nero e porta con sé un mazzo di carte osé. Ha un linguaggio sboccato, scommette, gioca a carte, fuma, si ubriaca, “fa a botte e scopa troppo”; un vero teppista lazzarone scioperato.
Venendo dai lavori forzati, giunge in manicomio per essere “vagliato”, quasi certamente con sua soddisfazione perché un soggiorno in mezzo ai pazzi è sicuramente più gradevole di uno in gattabuia. Già dalle sue prime azioni McMurphy ci fa capire che per lui il mondo è una terra di conquista, e che la vita a lui piace, piace eccome. Lancia occhiate dappertutto, sorride malizioso, non sta mai fermo, parla con tutti; non è lì per pretendere attenzioni, non si lagna mai, non parla mai di sé o di suoi eventuali problemi. L’hanno messo in manicomio perché lo considerano un fannullone, e tutto sommato le poche ma esplicite informazioni che ci vengono date sul suo passato sono coerenti con questa etichetta.
Tuttavia, si potrebbe azzardare che McMurphy non è propriamente un lazzarone, a patto di spostare la questione su di un altro piano che non sia quello squisitamente economico, dove con lavoro si intendono prestazioni retribuite in denaro.
Se infatti spostiamo la questione sul piano dei rapporti umani, notiamo che il fannullone McMurphy si tramuta in un instancabile lavoratore, che con meticolosa operosità da vero borghese sa tessere una trama di vere relazioni umane con tutti gli individui che incontra nel suo metaforico cammino all’interno del manicomio. E’ senza dubbio un individualista, gli piace essere al centro dell’attenzione e ha un’alta considerazione di sé probabilmente, ma non è un narciso: non si guarda allo specchio, ma guarda gli altri fisso negli occhi, fa un sorrisetto e ti dice: “Allora, che facciamo”?
Ciò che fa nel manicomio praticamente da subito è rimboccarsi le maniche e darsi da fare in questo suo compito, che probabilmente si è presentato spontaneo a lui nel tentativo di rendersi il soggiorno più piacevole. Naturalmente, se da un lato McMurphy saprà crearsi con il suo carisma un bel gruppo di amici all’interno del manicomio, dall’altro si attirerà le antipatie di quanti vedono nel suo modo di fare un elemento perturbante dell’equilibrio stabilito nel manicomio (come non accorgersene): la capo-infermiera Ratched in primis.

Ora sta qui la differenza, che la storia si occuperà di rendere tragica, fra gli individui che governano il manicomio, che nella vita di tutti i giorni considerano McMurphy un lavativo, un poco di buono, negli individui che lo sbattono in galera, e McMurphy medesimo: mentre McMurphy chiede sempre ad un altro “Che facciamo?”, la domanda pregnante degli altri, accecati dalla diffidenza, dalla paura, dalla smania competitiva, dall’invidia, è sempre la stessa, ed è auto-referenziale: “Che faccio?”. Il problema è sempre del singolo, così come il merito o il successo, o la sconfitta, ed è giusto che il singolo risolva i propri problemi, secondo la logica del self-help (auto-aiuto), o si gratifichi per i propri successi, magari tramite l’altro (per esempio, con una superficiale relazione amorosa in cui entrambi vivono il piacere che l’altro dà come auto-gratificazione). Sono queste le persone che hanno molta facilità a dire “sto solo facendo il mio dovere”, seguaci malvolentieri (ma farebbero di tutto per non farlo capire) del principio di realtà, quando invece per McMurphy la parola dovere non esiste: lui vive alla giornata.
E’ questo approccio all’origine di ogni concezione “fascista” della società: al di là di ogni considerazione politica, fascismo è quando la persona non conta più come individuo autonomo, ma anzi il fatto che sia autonomo è una minaccia all’equilibrio stesso della società: è una società del controllo, e ogni società del controllo è fascista, perché si accanisce furente contro la volontà del singolo, che deve essere negata.
In questo l’odierna società delle statistiche è fascista tanto quanto la società dei vari Mussolini, Franco, Pinochet e compagnia; è semplicemente di un fascismo più tenero, ma l’assunto di base è lo stesso, e le sue forme di controllo sono i numeri, quando per le società fasciste “tradizionali” erano le pistole.
Ogni società che vuole essere veramente efficace nel mantenere il controllo deve ricorrere ad ogni mezzo, anche quello più subdolo: mantiene quindi una faccia benevola, sorride con indulgenza, si mostra gentile, quello che sta facendo lo fa per il tuo bene, e ti lascia sempre l’impressione di essere libero: è così che si ammansiscono gli uomini.
Il manicomio è un micromondo che rispetta fedelmente questo modello: la Ratched e i suoi aiutanti sorridono amabilmente, sono comprensivi e pazienti, ma nutrono vero interesse nei propri pazienti? Hanno a cura la loro salute, desiderano la loro guarigione?

McMurphy di certo non è un medico, ma a suo modo, probabilmente, di queste cose si interessa. In maniera inconsapevole, porta con sé un messaggio, quello che è tipico di ogni profeta in ogni epoca e in ogni luogo, ed è unicamente un messaggio di liberazione. McMurphy, nella piccola realtà del piccolo manicomio, si fa portatore del messaggio salvifico, come accennato all’inizio, e come tale attira su di sé l’odio degli idolatri del controllo, i Sacerdoti del Tempio, che lo condanneranno alla massima pena, cioè la rimozione della volontà attraverso una drastica lobotomia. Nel suo letto d’ospedale, egli è come il Cristo deposto ritratto dal Mantegna: sconfitto, ma vincente, perché il suo messaggio passerà. Sarà compito di un altro uomo accogliere in sé questo messaggio, e tramutarlo in atto.

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