Ultimo tango a Parigi (Bertolucci, 1972)

Vedi anche Fotogrammi d’autore #1: Bertolucci

Paul (Marlon Brando) incontra in un appartamento di Parigi in rue Jules Verne, una giovanissima donna, Jeanne (Maria Schneider), fidanzata di Tom (Jean-Pierre Léaud), giovane regista. In questo appartamento dove non esistono nomi, i due sconosciuti mettono a nudo le loro fantasie erotiche. Finché rimane nell’appartamento la storia funziona, ma non appena Paul manifesta l’intenzione di portarla alla luce del sole, Jeanne spaventata comincia ad allontanarsi da lui. Paul si intestardisce e insegue Jeanne fino a casa di lei, che lo uccide sparandogli con la rivoltella del padre.

“Ho sempre desiderato incontrare una donna in un appartamento deserto, che non si sa a chi appartiene, e fare l’amore con lei senza sapere chi è, e ripetere questo incontro  all’infinito, continuando a non sapere niente”. Nasce da qui la sceneggiatura di “Ultimo tango a  Parigi”, ossessione sessuale di Bertolucci. “L’inconscio è il fato dei miei film” avrebbe detto il regista. Paul qui interpretato da uno strabiliante Marlon Brando riveste i panni di un uomo maturo, distrutto per la perdita della moglie Rosa, morta suicida senza motivo.

E’ la domestica dell’albergo dove Paul viveva, a renderci meno sconosciuto il personaggio, alludendo ironicamente con le sue parole alla carriera attoriale di Marlon Brando: “faceva il pugile e gli è andata male , poi l’attore, ha trafficato nel porto di New York [Fronte del porto], ha fatto il rivoluzionario nell’America del Sud [Viva Zapata!], giornalista in Giappone [Sayonara], un giorno sbarca a Tahiti [Gli ammutinati del Bounty], s’arrangia poi arriva a Parigi e qui trova una con un po’ di soldi e la sposa”.

Paul sa che non potrà riavere sua moglie e non gli resta che sfogare in solitudine il rancore che prova verso di lei e fuggire dai luoghi che gli ricordano la sua presenza, cercando così di ritrovare se stesso. Sono questi i motivi che lo spingono a visitare l’appartamento di Rue Jules Verne, dove intende trasferirsi. Al Quay de Passy viene preceduto da Jeanne, giovane donna cresciuta senza padre. La portinaia della palazzina in cui si trova l’appartamento sembra voglia anticiparci quello che vi succederà, prima negandone l’esistenza, poi dicendo che “succedono delle cose strane qui”. Qui infatti si incontrano i due protagonisti, che dopo essersi scambiati poche parole danno sfogo sulla moquette rossa ai loro istinti sessuali, in modo violento, quasi animalesco; un uomo e una donna che esaudiscono le loro fantasie erotiche, ma ad un patto: che non esistano nomi.

“Non ho nome… Tu non ti chiami in nessun modo, e io neppure. Niente nomi… Perché non abbiam bisogno di nomi, qui. Dimenticheremo tutto, gli altri, quello che facciamo, casa nostra, tutto”.

Per tutto il resto del film Bertolucci gioca a “raddoppiare” i personaggi. Per cominciare Jeanne funge da doppio di Rosa: l’ambivalenza erotico-espressiva riversata da Paul su Jeanne è lo spostamento delle frustrazioni e della collera destinate a Rosa. A sua volta Marcel (Massimo Girotti) è la copia di Paul, ed essendo anche l’amante di Rosa, crea un’analogia con il tradimento di Jeanne ai danni di Tom. Inoltre Rosa incarna per Paul la figura materna (è lei che lo adotta e lo mantiene), così come Paul per Jeanne rappresenta, in maniera incestuosa, la figura paterna.

Infine Tom, rievocandone il passato da cinéphile, è il doppio dello stesso Bertolucci.

Anche per Tom l’altro diventa sede inconsapevole delle sue inquietudini, lui che è tutto proteso a restituire senso alla sua identità. Ossessionato nel cercare di catturare l’infanzia di Jeanne per il suo film “ritratto di una ragazza” incanala i suoi sforzi lungo un duplice spostamento dei propri desideri: negli elementi “legittimi” del fare un film, e nella proiezione dei suoi sentimenti su Jeanne, che percepisce una certa carica di violenza in queste ambigue attenzioni. Tanti pezzi di un puzzle che anche se differenti vengono concatenati tra loro.

La tela di Bacon con cui si apre il film, Uomo in decomposizione, già nel titolo ricorda che l’uomo, alla ricerca di sensazioni sublimi, è libero di regredire agli stadi anteriori dello sviluppo sessuale: desiderio edipico, erotismo anale, e persino bestialità (con il topo morto).

La storia prosegue su questa traccia: segregati nell’appartamento i due sconosciuti si psicanalizzano a vicenda e per questo accantonano l’identità anagrafica, costruendone altre due enigmatiche, vere e false allo stesso tempo. Ma la psicoanalisi si conclude una volta per tutte quando Paul decide di violare il patto di cui lui stesso aveva stabilito le regole: si innamora di Jeanne, rivela il suo nome, fa promesse scomode per la giovane donna. Alla fine Jeanne spara a Paul, che nel frattempo si era messo il chepì del padre di lei, manifestando così il senso incestuoso del loro rapporto. E l’accasciarsi al suolo di Paul, assumendo la posizione fetale, palesa ancor di più la sua regressione allo stato infantile; tanto che, come ultimo atto prima di morire, appiccica una gomma da masticare sotto la ringhiera…

La vicenda di Paul ricorda molto l’antico mito di Orfeo, che disperato dall’aver perso la sua amata Euridice si inoltra nell’Ade determinato a riportarla nel mondo dei vivi. Le divinità degli inferi, commossi, gli concedono questa possibilità, a patto che egli non si volti mai a guardarla. Ma proprio ad un passo dalla salvezza Orfeo si volta e la perde per sempre. A legare i due personaggi sono molti elementi: la scomparsa delle rispettive consorti, e il tentativo disperato di vincere la morte (propria e altrui) accettando (o imponendo) un patto, il fallimento dei propri propositi (violando questo patto) e l’inevitabile tragica fine. Sia la storia di Paul che quella di Orfeo mostrano quanto sia difficile accettare un lutto, ossia l’intenso dolore che segue la perdita della persona amata, e quanto sia “umano” (e vano) rifiutarsi di accettare tale perdita.

All’epoca l’uscita di questo film creò scandalo: nel gennaio del ’76 la pellicola viene destinata al rogo e Bertolucci viene condannato in tribunale, nell’82 la polemica si riaccende quando in una rassegna viene proiettata la pellicola: la polizia in quell’occasione sequestrerà tutto. Dobbiamo aspettare la fine del febbraio dell’87 per rivedere la pellicola, quando il procedimento penale viene archiviato, ritenendo che il film non offenda più il comune senso del pudore. Gli anni passano, le usanze cambiano e la scandalosa scena del “burro” riacquista la sua esatta collocazione autoriale. Recita la sentenza: “Amore e morte, sesso e distruzione, piacere e crisi sono i temi che fanno di Ultimo tango a Parigi un film con piena dignità di opera d’arte, soprattutto per il modo in cui questi motivi profondi vengono affrontati”.

Un commento dell’autore
Mi sono reso subito conto mentre giravo che quando si mostrano le profondità…. ci si affoga, come nelle acque della solitudine, mista a morte, di una relazione vissuta nella società occidentale e borghese… Il sesso è molto vicino alla morte come sensazione.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...