Zabriskie Point (Antonioni, 1970)

di Michelangelo Antonioni (29/9/1912 – 30/7/2007)

Il luogo dove si possono isolare allo stato puro alcune verità essenziali sulle contraddizioni del nostro tempo. In mezzo a quel caos di prodotti e consumi, di spreco e di povertà, di accettazione e di rivolta, di innocenza e violenza, scorre un tumultuoso, continuo cambiamento (6 aprile 1969 Espresso).

Durante la rivolta studentesca di Los Angeles, in seguito a degli scontri un poliziotto e uno studente perdono lo vita. Mark, studente ribelle, viene sospettato della morte dell’agente: appresa la notizia “ruba” un piccolo aereo da turismo e fugge. Nel sorvolare il deserto californiano incontra e corteggia Daria, segretaria di uno speculatore edilizio diretta a Phoenix nella villa del suo capo. Proprio a Zabriskie Point, nella Death Valley, tra i due nasce un’intesa e trascorrono così qualche ora d’amore. Mark, intenzionato a riportare indietro l’aereo, viene ucciso dalla polizia sulla pista di atterraggio dell’aeroporto di Los Angeles. Daria viene a conoscenza della notizia tramite la radio e dopo essere arrivata nella villa del suo datore ed averci scambiato poche parole, decide di andar via. Nel voltarsi a guardare la villa, Daria  ne immagina la sua esplosione.

Seconda pellicola straniera per il regista Michelangelo Antonioni, che dopo Blow-Up, primo film straniero e girato a Londra, si trasferisce negli Stati Uniti sulle tracce della rivolta giovanile e studentesca del ’68.La pellicola viene considerata anti-Americana con conseguente boicottaggio da parte degli Stati Uniti (per la critica americana è inpensabile che un fuoco “moralistico” possa un giorno distruggere la superba Babilonia moderna), anche se contiene alcune delle sequenze più belle e particolari del regista, come l’esplosione finale ripresa da 17 punti differenti con altrettanti tempi e macchine da presa, il tutto accompagnato dalla psichedelica musica dei Pink Floyd; altrettanto significativa la sequenza in cui Mark e Daria fanno l’amore rotolandosi nel deserto della California. Anche qui degno di nota l’accompagnamento musicale della chitarra di Jerry Garcia, chitarrista dei Grateful Dead.
Antonioni, rigorosamente attaccato alla realtà contemporanea, in Zabriskie Point ne racchiude l’essenza di quegli anni, trattando temi tuttora importanti. Egli mette in scena la sua critica nei confronti di una società consumistica la quale, complice quell’ospite inquietante che è il nichilismo, soffoca tutte le emozioni e i sentimenti umani per lasciare posto al vuoto dell’anima e all’egoismo più gretto, all’alienazione degli individui da se stessi, ormai in continua ricerca del dio denaro come unico scopo della loro esistenza, e in tal modo distruggendo il tessuto sociale spontaneo della vita.
In contrapposizione al frastuono e alla confusione della città, accentuati da quelle foreste di cartelloni pubblicitari, onnipresenti simboli di consumo, su cui Antonioni indugia di frequente, Mark trova nel cielo il suo habitat naturale: andare lontano via da tutto, attraverso una fuga che diventa presto gioco, ebbra di voglia di libertà e animata dall’intento di “esser pronto a morir ma non di noia”: tutte cose che lo rendono così ambiguamente controverso agli occhi degli altri contestatori. Qui, nel silenzio e nella quiete del cielo e del deserto prende forma un corteggiamento insolito, che coinvolge Daria, anch’essa in viaggio istintivamente in cerca del gioco, del piacere, in fuga dalla monotonia partorita dalla società.
E’ nella valle della morte, terra vuota, arida e senza vita, che Antonioni fa nascere l’amore.
Una miscela di gioco e piacere per riscoprire il senso, lo scopo della vita e con ciò alludere a una possibile salvezza dalla società consumistica, tanto che ne nasce un utopistico Eden; qui il protagonista è l’amore, non solo i corpi di Daria e Mark ma altrettante coppie in perfetta simbiosi tra loro si fondono con le dune del deserto. La riscoperta di gioie, passioni, rispetto, fan da resistenza all’autodistruzione della società.

La Death Valley, antitesi della città, del consumo, del frastuono è anche sfondo di un’altra sequenza molto importante e particolare per il regista: l’esplosione finale.
L’apocalisse, la distruzione come conseguenza del nichilismo imperante, la fine di tutto. Con l’esplosione della villa del datore di Daria (una esplosione quasi nucleare) il regista esprime la sua visione del mondo: l’uomo in continua arroganza si sta auto-distruggendo, alienandosi da se stesso da fine si trasforma in mezzo, mezzo di consumo, di profitto, schiavo dei suoi stessi idoli: non è più dunque il fine ad essere l’uomo (e il profitto il mezzo), secondo un’interpretazione che si potrebbe ricondurre all’illuminismo, ma al contrario il profitto diventa il fine, e l’uomo il mezzo. E’ con questa ottica che Antonioni vede l’America, Babilonia moderna simbolo dell’Occidente, terra dell’abbondanza dove convivono forzatamente due forme di  vuoto: quello interiore di una rumorosa, caotica e frenetica società sempre più fast, che rincorre il denaro e non il piacere di vivere, e che ha come unica soluzione la distruzione; ed il vuoto ostile e silenzioso del deserto, dove una singola pianta è qualcosa di stupendo, e l’Eden riprende forma nel momento in cui un ragazzo e una ragazza si amano in perfetta sintonia con la natura, dove l’amore crea amore.
Ma si sa che quella occidentale è una civiltà “d’assalto”, che nei confronti della natura raramente  dimostra di avere quel rispetto che le si deve: i simboli di questa invasione si incarnano nella famigliola borghese (“dovrebbero costruirci un drive-in qui, sarebbe un affare”; come dire che lo spazio ha senso, legittimità solo nel momento in cui si  fa generatore di profitto, elargendo abbondanti dosi di finto benessere), la cui ingombrante presenza ha un che di monumentale  (sembrano sculture animate di una installazione iperrealista), o in chi come il datore di lavoro di Daria, con l’aiuto di altri affaristi, ha già messo a progetto nella sua agenda un vero e proprio villaggio, una speculazione edilizia priva di rispetto per quel paradiso che anche un posto ostile come il deserto è capace di regalare; e sta proprio in questo la sua appetibilità economica, come si evince dal posticcio filmato pubblicitario. E c’è anche, oltre al potere economico, quello incaricato di mantenere l’ordine della società, cioè la polizia. Antonioni ci mostra una polizia serva di un ordine fantomatico che si sente in discussione ad ogni minima contestazione, opponendosi con forza a forme di pensiero alternative, considerate innovazioni che fanno paura, pericolosi ostacoli alla logica dominante: a tal punto che la repressione diventa inevitabile.

Antonioni su Zabriskie Point

Zabriskie Point rappresenterà per me un impegno morale e politico più scoperto che nei miei film precedenti. Voglio dire che non lascerò lo spettatore libero di tirare le sue conclusioni,ma cercherò di comunicargli le mie. Credo che sia venuto il momento di dire apertamente le cose.
(Cinema Nuovo 7 agosto 1968)

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Una risposta a Zabriskie Point (Antonioni, 1970)

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